A 1.000 giorni dall’inizio della guerra nella Striscia di Gaza, Save the Children presenta un quadro durissimo dell’impatto del conflitto sui più giovani. L’organizzazione stima che almeno 21.000 tra bambini e adolescenti siano stati uccisi dalle forze israeliane dall’avvio delle ostilità, ma avverte che il dato potrebbe essere sottostimato per la presenza di persone ancora sotto le macerie. Al centro della denuncia non c’è soltanto il numero delle vittime: emerge anche l’erosione costante delle condizioni essenziali di vita per un’intera generazione cresciuta fra bombardamenti, sfollamenti e fame, con scuola perduta e famiglie spezzate.
Infanzia in movimento: sfollamenti continui e case distrutte
La fotografia umanitaria descritta riguarda ormai quasi tutta l’infanzia di Gaza. In base al Site Management Cluster, oltre 800.000 bambini e adolescenti risultano sfollati, cioè circa l’80% dei minori della Striscia; inoltre circa 7.000 sono non accompagnati o separati dai familiari. Molte famiglie sono state obbligate a spostarsi ripetutamente, senza una soluzione stabile e con spazi di vita via via più ristretti. Save the Children segnala anche che più di 370.000 abitazioni hanno subìto danni, un valore che equivale a quasi il 77% delle unità abitative del territorio.
Scuola perduta e prospettive bloccate
Alla perdita della casa si somma quella dell’istruzione. I circa 625.000 bambini e ragazzi in età scolare a Gaza hanno visto svanire tre anni di scuola formale, con percorsi spezzati dalle escalation e dalla distruzione di edifici e servizi educativi. Per Save the Children si tratta di una delle conseguenze più profonde del conflitto: non è solo assenza dalle lezioni, ma una compromissione di competenze, legami sociali, equilibrio emotivo e orizzonti futuri. In un contesto già segnato da traumi diffusi, la mancanza di scuola sottrae ai minori uno degli ultimi luoghi di normalità e protezione.
Emergenza alimentare: malnutrizione e accesso limitato al cibo
La crisi del cibo rimane tra gli elementi più critici. Secondo le stime di Save the Children, circa 245.000 minori sono a rischio o già colpiti da malnutrizione, mentre l’ingresso degli aiuti umanitari resta ridotto, l’offerta alimentare non garantisce una dieta adeguata e i prezzi dei prodotti più nutrienti superano le possibilità di molte famiglie. L’organizzazione riferisce che alcuni nuclei riescono a reperire beni non essenziali, ma alimenti importanti per la crescita, come frutta fresca e uova, risultano spesso fuori portata. In questo scenario la fame non è soltanto una conseguenza indiretta: diventa una condizione quotidiana che incide direttamente sullo sviluppo fisico e psicologico dei bambini.
Voci dei minori: lutti, paura e richiesta di pace
Dalle testimonianze raccolte emergono racconti di casa perduta, scuola interrotta e sicurezza svanita, ma anche il desiderio di un domani diverso. Molti bambini chiedono che le loro storie vengano ascoltate e che sia riconosciuto il diritto a vivere come i coetanei: con una casa, un’istruzione e la possibilità di crescere in pace. Save the Children sottolinea che, nonostante violenza e crisi umanitaria catastrofica, i minori continuano a immaginare il ritorno nelle proprie comunità e la ricostruzione di ciò che la guerra ha cancellato.
Rapporto ONU e dibattito sulle responsabilità
La denuncia si colloca anche nel contesto del recente rapporto della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite, che secondo Save the Children avrebbe concluso che autorità e forze di sicurezza israeliane hanno deliberatamente preso di mira bambini palestinesi, con accuse riconducibili a genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra a Gaza. Israele respinge con decisione queste contestazioni: come riportato da Associated Press, il governo israeliano nega di aver commesso genocidio, contesta il rapporto e afferma di non colpire intenzionalmente i civili. Il conflitto era iniziato il 7 ottobre 2023 con l’attacco guidato da Hamas nel sud di Israele, che causò circa 1.200 morti e il sequestro di 251 ostaggi; la successiva offensiva israeliana nella Striscia ha portato, secondo i dati sanitari locali ripresi dalle agenzie internazionali, a un bilancio altissimo di vittime palestinesi.
Le azioni richieste da Save the Children
Save the Children chiede che l’accordo di cessate il fuoco diventi immediato e permanente, come passaggio essenziale per salvare vite e fermare gravi violazioni dei diritti dei bambini. L’organizzazione sollecita inoltre piena responsabilità per i crimini contro i minori, con indagini e procedimenti verso i responsabili, e invita i governi a sospendere senza ritardi il trasferimento di armi a Israele. L’appello include anche il divieto di sostenere pratiche illegali nel Territorio palestinese occupato, compresi commercio, cooperazione economica e servizi connessi agli insediamenti israeliani illegali, in linea con il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del 2024.
Risposta umanitaria a Gaza: presenza, numeri e servizi
Save the Children ricorda di operare nel Territorio palestinese occupato dal 1953, con una presenza continuativa dal 1973, lavorando con partner locali su istruzione, protezione dell’infanzia, sviluppo della prima infanzia e opportunità per i giovani. Nel 2025 l’organizzazione ha raggiunto quasi 890.000 persone nel Territorio palestinese occupato, tra cui circa 430.000 bambini; a maggio 2026, tramite programmi multisettoriali, ha supportato oltre 218.000 persone, inclusi più di 107.000 minori a Gaza. Nella Striscia gestisce cliniche sanitarie, punti di assistenza nutrizionale, interventi idrici e igienico-sanitari, programmi di protezione, supporto psicologico, spazi di apprendimento temporanei e aiuti economici a famiglie che hanno perso i propri mezzi di sussistenza.
Una generazione ferita: trauma collettivo e urgenza di protezione
Il bilancio dopo 1.000 giorni di guerra restituisce l’immagine di un’infanzia esposta a un trauma collettivo senza precedenti: bambini uccisi e feriti, sfollati, affamati, separati dai genitori e privati della scuola. Per Save the Children, la protezione dei minori non può essere rimandata né considerata un effetto collaterale del conflitto. L’organizzazione chiede alla comunità internazionale di trasformare le dichiarazioni in azioni concrete, affinché il cessate il fuoco sia definitivo, gli aiuti entrino senza ostacoli e i bambini palestinesi possano tornare a vivere in sicurezza, con il diritto a una casa, a un’istruzione e a un futuro.

