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Iran: Pentagono valuta blitz via terra, Teheran sotto attacco nel Golfo

Iran: Pentagono valuta blitz via terra, Teheran sotto attacco nel Golfo

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Lo scontro tra Stati Uniti, Israele e Iran si addentra in un passaggio ancora più complesso. Nella giornata di domenica 29 marzo 2026, il Washington Post, ripreso anche da Reuters, ha scritto che il Pentagono sta mettendo a punto opzioni per settimane di operazioni terrestri limitate in Iran, nel caso in cui il presidente americano Donald Trump scelga di autorizzare un nuovo livello di escalation. Le ricostruzioni parlano di un intervento non paragonabile a un’occupazione su vasta scala, bensì di incursioni mirate affidate a forze speciali e unità di fanteria regolare, con lo scopo di colpire obiettivi strategici e infrastrutture considerate essenziali per la capacità militare iraniana. La Casa Bianca, per bocca della portavoce Karoline Leavitt, ha chiarito che predisporre scenari operativi rientra nelle mansioni del Pentagono e non implica che il commander-in-chief abbia già deciso.

Il conflitto prosegue: cinque settimane e tensione in aumento

L’ipotesi di soldati sul terreno arriva mentre la guerra, iniziata il 28 febbraio 2026 con l’azione congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, è ormai entrata nella sua quinta settimana. Reuters segnala che Washington ha già schierato Marines nell’area e sta valutando anche l’invio di migliaia di militari della 82ª Divisione Aviotrasportata, un indicatore di preparazione che supera la sola dimensione diplomatica. Parallelamente, il segretario di Stato Marco Rubio ha ribadito che gli Stati Uniti ritengono possibile raggiungere i propri obiettivi anche senza una lunga guerra di terra; tuttavia, la pianificazione in corso conferma la volontà dell’amministrazione di mantenere tutte le opzioni operative sul tavolo.

Nuovi raid su Teheran: boati nel settore settentrionale

Sul campo, l’instabilità resta elevatissima. Nelle prime ore di domenica, forti esplosioni sono state avvertite nel nord di Teheran, mentre le difese aeree iraniane risultavano attive. Le notizie diffuse da vari media internazionali e le dichiarazioni delle forze armate israeliane convergono su una nuova serie di raid che ha interessato la capitale e altre zone del Paese. L’Idf ha affermato di aver colpito infrastrutture del regime, includendo siti legati a produzione e stoccaggio di armamenti, sistemi di difesa aerea e centri di comando temporanei spostati nelle settimane precedenti. Secondo la versione israeliana, l’azione punta a erodere ulteriormente la catena di comando iraniana e la capacità di risposta, aumentando la pressione su nodi chiave dell’apparato militare.

Obiettivi strategici e logistica militare: cosa viene preso di mira

Le autorità israeliane sostengono che gli attacchi abbiano centrato depositi di missili balistici, osservatori militari e strutture operative mobili che Teheran avrebbe sfruttato per frammentare i comandi dopo i danni del mese precedente. Il disegno operativo sembra orientato a intensificare l’impatto su logistica e produzione iraniane, mirando non solo ai grandi impianti più noti, ma anche a sedi provvisorie e centri minori ritenuti parte dell’architettura bellica della Repubblica islamica. L’effettiva portata dei risultati, però, rimane complicata da confermare in modo indipendente nelle ore immediatamente successive ai bombardamenti, anche per la limitata disponibilità di verifiche sul posto e per la natura dinamica degli obiettivi.

Colpita la redazione di Al Araby: stop alla diretta

Tra gli episodi più rilevanti della mattina figura il danneggiamento dell’edificio che ospita la redazione di Al Araby a Teheran. L’emittente qatariota ha dichiarato che un missile, attribuito a Israele, ha colpito la struttura causando gravi danni e interrompendo la trasmissione in diretta. Le immagini diffuse mostrano vetri in frantumi, detriti negli uffici e danni anche ad alcuni edifici vicini. L’episodio riporta al centro il tema della protezione dei media, in una guerra che da giorni coinvolge sempre più spesso giornalisti e operatori dell’informazione in varie aree del Medio Oriente, con ricadute evidenti sulla sicurezza delle redazioni.

Golfo Persico sotto pressione: l’area più fragile della crisi

L’altro epicentro della crisi resta il Golfo Persico. Media iraniani e fonti rilanciate da Reuters riferiscono che un attacco avrebbe colpito il porto di Bandar-e-Khamir, vicino allo Stretto di Hormuz, provocando cinque morti e quattro feriti. Sempre secondo i resoconti iraniani, sarebbero state danneggiate anche due imbarcazioni e un veicolo. Se confermato, si tratterebbe di un passaggio estremamente sensibile, perché coinvolge un’area decisiva per il traffico energetico mondiale e per la sicurezza delle rotte commerciali. Lo Stretto di Hormuz, infatti, rappresenta uno snodo vitale per il transito di petrolio e GNL, già pesantemente condizionato dal conflitto, con effetti a catena su prezzi, assicurazioni e tempi di consegna.

Hormuz e Bab el-Mandeb: i choke point del commercio e dell’energia

La componente economica del conflitto è ormai inseparabile da quella militare. Reuters evidenzia che la chiusura di fatto o la forte riduzione del traffico nello Stretto di Hormuz ha già inciso duramente sulle forniture energetiche globali. A questo si somma il rischio di una seconda direttrice marittima instabile: l’entrata in scena degli Houthi yemeniti, alleati dell’Iran, apre la possibilità di nuove minacce anche nel Bab el-Mandeb, passaggio fondamentale verso Suez e il Mediterraneo. In sostanza, la guerra non mette alla prova soltanto gli eserciti coinvolti, ma anche l’infrastruttura logistica e commerciale tra Asia, Golfo ed Europa, con ripercussioni su noli, rotte alternative e catene di approvvigionamento.

Droni e missili: Kuwait ed Emirati attivano la difesa aerea

Nella stessa giornata, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti hanno comunicato l’attivazione dei propri sistemi di difesa aerea contro missili e droni lanciati dall’Iran. Le esplosioni avvertite in più aree dei due Paesi, secondo le autorità locali, sarebbero collegate alle operazioni di intercettazione. Il coinvolgimento diretto delle monarchie del Golfo conferma che la guerra sta superando sempre più chiaramente i confini della contrapposizione tra Israele e Iran, assumendo i contorni di una crisi regionale estesa, capace di investire alleati americani, siti strategici e grandi impianti industriali, con un aumento del livello di allerta lungo l’intero arco del Golfo.

La Siria denuncia un attacco con droni dall’Iraq contro una base USA

Anche la Siria torna a pesare nel mosaico della regione. Il viceministro della Difesa siriano ha dichiarato che una base americana sul territorio siriano sarebbe stata presa di mira da quattro droni provenienti dall’Iraq, poi abbattuti senza causare vittime. Damasco ha indicato Baghdad come responsabile nel prevenire il ripetersi di azioni simili. L’episodio evidenzia come il conflitto stia aprendo fronti indiretti, dove milizie e attori non statali possono innescare nuove escalation anche in Paesi non al centro dell’offensiva principale, rendendo più complessa la gestione della sicurezza nell’area.

Gli Houthi dichiarano la loro partecipazione e ampliano il teatro di guerra

Un passaggio chiave di queste ore è l’ingresso dichiarato degli Houthi nel conflitto. Reuters riporta che i ribelli yemeniti filo-iraniani hanno effettuato i loro primi attacchi contro Israele dall’inizio della guerra, annunciando l’intenzione di proseguire. La loro partecipazione cambia gli equilibri strategici perché estende il teatro delle ostilità e rende ancora più vulnerabile la sicurezza dei corridoi marittimi intorno alla Penisola Arabica. Per Washington e i partner regionali, questo significa dover proteggere simultaneamente basi, navigazione, infrastrutture energetiche e Paesi alleati, mentre cresce il rischio di dispersione delle risorse su un’area vasta e interconnessa, con potenziali effetti domino.

Minacce dei Pasdaran e retorica più dura: focus su obiettivi civili

Teheran, nel frattempo, continua a irrigidire il linguaggio. I Pasdaran hanno minacciato di colpire università israeliane e sedi distaccate di università americane in Medio Oriente se Washington non condannerà entro lunedì 30 marzo i bombardamenti contro gli atenei iraniani. È un avvertimento che segna un salto sul piano simbolico e propagandistico, perché amplia l’idea di obiettivo strategico a luoghi civili di altissima rilevanza accademica e internazionale. Anche qui emerge una tendenza della guerra: la crescente sovrapposizione tra infrastrutture militari, poli industriali, centri di ricerca e spazi civili, con implicazioni profonde per diritto umanitario e percezione pubblica.

Tentativi di mediazione in Pakistan, ma la de-escalation resta difficile

Sul piano politico-diplomatico, il tentativo più concreto di ridurre la tensione passa da Islamabad, dove Pakistan, Arabia Saudita, Turchia ed Egitto hanno avviato colloqui per provare a ricostruire un canale negoziale tra Washington e Teheran. Reuters riferisce che il Pakistan si è offerto come possibile sede di futuri incontri e che avrebbe già trasmesso all’Iran una proposta americana articolata in più punti. Nonostante ciò, la distanza tra le parti rimane ampia, sia su dossier nucleare e missilistico, sia sulla gestione delle rotte marittime e dello stesso Stretto di Hormuz. Di conseguenza, pur avendo un valore politico, i negoziati non sembrano ancora in grado di fermare nel breve periodo la spirale militare e la polarizzazione in corso.

La decisione di Trump: raid prolungati o blitz terrestri circoscritti

L’incognita principale, ora, è prima politica che militare. Donald Trump si trova davanti a una scelta in grado di cambiare la traiettoria del conflitto: restare sul piano di bombardamenti, pressione economica e deterrenza regionale, oppure autorizzare operazioni terrestri limitate che porterebbero militari americani direttamente sul suolo iraniano. Anche se i piani descritti finora parlano di azioni circoscritte e non di invasione, il semplice passaggio a una fase terrestre costituirebbe una svolta ad altissimo rischio, con conseguenze potenziali sul piano operativo, diplomatico e interno agli Stati Uniti. A un mese dall’inizio della guerra, il Medio Oriente è già dentro una crisi allargata; un ulteriore salto potrebbe trasformarla in un conflitto ancora più difficile da contenere, con nuove escalation e ricadute regionali imprevedibili.

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