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Università Bocconi: studio su come l’ottimismo converte i boom in crisi finanziarie

Università Bocconi: studio su come l’ottimismo converte i boom in crisi finanziarie

economista Nicola Gennaioli studio crisi

Le crisi economiche non esplodono sempre da un giorno all’altro. Dietro i grandi tracolli dei mercati può agire un processo più discreto e graduale: la fiducia eccessiva che si accumula durante le fasi di benessere. Un nuovo studio pubblicato sull’American Economic Review cerca di chiarire perché i periodi di crescita possano diventare il terreno ideale per future instabilità finanziarie.

Dalla crisi globale del 2008 fino alle turbolenze più vicine nel tempo, il copione sembra ripetersi: le fasi di maggiore tensione arrivano quasi sempre dopo anni di espansione e slancio. Questa regolarità, osservata su molti cicli, porta a un interrogativo centrale: se le crisi dipendessero soltanto da shock esterni improvvisi, perché emergono così spesso subito dopo la prosperità?

Secondo una lettura alternativa, la vulnerabilità non deve necessariamente arrivare dall’esterno. Al contrario, potrebbe formarsi lentamente dentro il sistema, alimentata dalle aspettative e dalle decisioni di investitori, imprese e operatori finanziari.

La ricerca: l’aspettativa che inganna e si autoalimenta

Lo studio è firmato da economisti di rilievo: Nicola Gennaioli, con Pedro Bordalo, Andrei Shleifer e Stephen Terry. Il lavoro propone l’idea di “aspettative diagnostiche”: un meccanismo mentale per cui le persone tendono a sovrappesare i dati più recenti quando formulano previsioni.

In pratica, se l’economia accelera e i mercati segnano risultati incoraggianti, aziende e investitori finiscono per convincersi che la fase positiva durerà più del dovuto.

È una distorsione cognitiva che può apparire innocua, ma che nel tempo genera conseguenze importanti.

Secondo Nicola Gennaioli:

“I periodi di prosperità generano fragilità economica e finanziaria, lasciando presagire future delusioni delle aspettative, bassi rendimenti obbligazionari e un calo degli investimenti.”

L’ottimismo, quindi, non sarebbe solo un riflesso naturale della crescita: diventerebbe un motore che altera le scelte, spingendo l’economia verso assetti progressivamente più esposti a ribaltamenti.

Dalla crescita alla bolla: il ruolo del debito e del credito “facile”

Per rendere più chiaro il fenomeno, gli autori hanno inserito queste dinamiche psicologiche in un modello macroeconomico.

I risultati descrivono un percorso lineare ma molto incisivo.

Quando l’attività economica è in espansione:

  • la fiducia degli operatori aumenta;
  • sale l’utilizzo della leva e del debito;
  • le imprese ampliano la spesa per investimenti;
  • il credito tende a costare meno;
  • il rischio appare più contenuto di quanto sia realmente.

Così si crea un circolo virtuoso: più ottimismo alimenta più crescita, e la crescita rafforza ulteriormente la narrativa positiva.

La criticità emerge nel momento in cui le aspettative iniziano a cambiare direzione.

Anche senza scosse esterne eccezionali, può bastare un raffreddamento della fiducia per capovolgere il processo: il credito si irrigidisce, gli investimenti perdono ritmo e l’economia entra in una fase di aggiustamento.

Una crisi può partire da scosse moderate, non solo da eventi eccezionali

Un passaggio particolarmente rilevante dello studio riguarda l’entità degli eventi necessari per far scattare una crisi.

Secondo gli autori:

“Per giustificare l’ampiezza degli aumenti degli spread osservati nel periodo 2007-2009, il modello richiede solo shock negativi di entità moderata.”

Il messaggio è chiaro: crisi molto grandi possono maturare anche senza un “mega-shock” esterno.

A pesare è soprattutto il repentino cambio di aspettative a livello collettivo.

Questo sposta l’attenzione dall’analisi dei soli indicatori tradizionali verso componenti comportamentali e psicologiche che influenzano credito, investimenti e percezione del rischio.

Dalle previsioni dei dirigenti ai prezzi di mercato: l’ottimismo si può osservare

Per mettere alla prova l’ipotesi, i ricercatori hanno studiato le previsioni formulate dai manager e dai vertici aziendali.

Il pattern che emerge è ricorrente: nelle fasi di crescita sostenuta, i dirigenti tendono in modo sistematico a produrre stime troppo ottimistiche, che in seguito vengono smentite dai risultati effettivi.

Questa valutazione errata non resta circoscritta alle singole aziende.

Gli effetti si trasmettono ai mercati finanziari e all’economia reale: l’euforia può essere seguita da rendimenti obbligazionari più bassi e da un calo degli investimenti futuri.

In altre parole, decisioni prese a livello micro possono propagarsi fino a incidere sul sistema economico globale.

Crisi finanziarie: non solo shock esterni, ma fragilità costruita nel tempo

La ricerca offre anche una chiave diversa per interpretare cosa siano, davvero, gli shock finanziari.

Nel racconto più comune, una crisi viene attribuita soprattutto a fattori esterni: guerre, default, tensioni geopolitiche o scossoni internazionali.

Qui, invece, l’ipotesi è che molte crisi possano nascere dall’interno.

Quando l’ottimismo accumulato nei periodi di boom si dissolve rapidamente, parte una correzione che si traduce in meno credito, spread in aumento e condizioni finanziarie più rigide. La crisi diventa così l’esito finale di un processo che si è formato gradualmente.

Le implicazioni per governi, banche centrali e autorità di vigilanza sono importanti: monitorare aspettative e narrazioni degli operatori potrebbe contare quanto seguire inflazione, crescita e debito pubblico.

In un’economia sempre più interconnessa e guidata dai mercati, capire come si costruisce l’euforia potrebbe essere il primo passo per ridurre il rischio della prossima crisi.

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