Passo dopo passo, leggendo le impronte del territorio e perfino quelle registrate nei denti, la mobilità delle popolazioni umane antiche potrebbe ora essere ricostruita con un livello di dettaglio finora raro, grazie a un nuovo metodo messo a punto da un gruppo internazionale coordinato dalla Sapienza Università di Roma. La ricerca, pubblicata sul Journal of Archaeological Science, apre strade inedite per lo studio delle migrazioni del passato, unendo chimica isotopica, archeologia e simulazioni digitali avanzate dei percorsi a piedi.
Per molti anni gli archeologi hanno cercato di capire in che modo uomini, donne e bambini attraversassero territori diversi migliaia di anni fa. Le domande restano centrali: da dove provenivano, cosa li spingeva a muoversi, e se seguissero reti di scambio, cercassero risorse o reagissero a cambiamenti ambientali.
Oggi, grazie alla combinazione di tecnologie recenti e metodi scientifici consolidati, alcune risposte iniziano a delinearsi con una chiarezza sorprendente, rendendo più leggibile il legame tra persone, paesaggi e tempi di percorrenza.
Impronte isotopiche: cosa raccontano denti, ossa e rocca petrosa
Il cuore dello studio si basa su una procedura già familiare agli archeologi: l’analisi isotopica dello stronzio. Questo elemento varia in funzione della geologia locale, e ogni area finisce per possedere una propria “firma chimica” riconoscibile.
Questa traccia geologica entra nell’organismo tramite acqua e cibo e viene fissata nei tessuti durante la crescita. In particolare, denti, ossa e una parte del cranio chiamata rocca petrosa mantengono nel tempo la memoria chimica dei luoghi in cui una persona ha vissuto l’infanzia, fornendo un archivio biologico stabile.
Mettendo a confronto i valori isotopici dei resti umani con quelli del territorio di sepoltura, i ricercatori possono capire se un individuo fosse locale oppure arrivato da un’altra regione.
Tuttavia, individuare l’area d’origine non è sufficiente per ricostruire davvero la storia dello spostamento.
Oltre gli isoscape: dalla provenienza alle vie di spostamento
Negli ultimi anni sono stati ampiamente impiegati gli isoscape, mappe che rappresentano la distribuzione dello stronzio nello spazio e aiutano a restringere le possibili zone di provenienza. Il loro limite, però, è evidente: indicano soprattutto “da dove” qualcuno potrebbe provenire, non “attraverso quali percorsi” possa essere arrivato.
È su questo punto che interviene l’approccio proposto dalla Sapienza, pensato per collegare segnali chimici e dinamiche di attraversamento del paesaggio in modo più concreto.
Il lavoro ha coinvolto il Dipartimento di Scienze dell’Antichità, il BIOANTH Lab del Dipartimento di Scienze Odontostomatologiche e Maxillo Facciali, oltre a studiosi delle Università di Bologna, Modena e Reggio Emilia, della Columbia University, del CNR-ISPC e dell’Accademia Polacca delle Scienze, creando una collaborazione interdisciplinare ampia.
La novità è l’integrazione tra dati isotopici, strumenti di cartografia digitale e calcoli realistici dei tempi di cammino a piedi. In altre parole, il paesaggio non viene più trattato come una semplice superficie, ma come un ambiente reale con colline, vallate, barriere naturali e tracciati più o meno agevoli, che incidono sulla mobilità umana.
Ricostruire i cammini antichi con simulazioni GIS e tempi di marcia
Emma Stuart, dottoranda alla Sapienza e prima autrice dello studio, chiarisce che il modello collega i dati isotopici con i tempi medi di percorrenza calcolati tramite strumenti sviluppati in ambiente QGIS. Il sistema, inoltre, può essere adattato anche ad altri mezzi di spostamento, rendendolo flessibile per scenari diversi.
Lo scopo è stimare la mobilità considerando simultaneamente tre scale:
- il paesaggio locale;
- l’area raggiungibile in una giornata di cammino;
- territori posti a distanze più elevate.
Ne deriva un impianto interpretativo più dinamico e vicino alla realtà, capace di avvicinare le ricostruzioni alle modalità con cui gruppi umani del passato potevano muoversi nel territorio.
Dalla ricerca archeologica alle indagini forensi: perché conta anche oggi
Il valore del lavoro non riguarda soltanto l’archeologia. Federico Lugli dell’Università di Modena e Reggio Emilia evidenzia che lo studio della mobilità umana è una delle frontiere più attive della ricerca archeologica e che strumenti simili possono essere utili anche in ecologia animale, paleontologia e scienze forensi.
La ricerca mette inoltre in luce un punto decisivo: la costruzione delle mappe isotopiche. Secondo Alessandro Vanzetti, coordinatore del progetto, gli isoscape restano strumenti ricchi di potenziale informativo, ma richiedono attenzione metodologica e un controllo rigoroso della qualità dei dati di base.
Verifica sul campo: due siti italiani dell’Età del Ferro
Per testare in modo concreto il metodo, il team ha selezionato due siti archeologici italiani dell’Età del Ferro:
- Fermo, nelle Marche, risalente al IX-V secolo a.C.;
- Monterenzio Vecchio, in Emilia-Romagna, datato IV-III secolo a.C.
Le simulazioni hanno confermato molte letture precedenti e, in alcuni casi, hanno portato a riconsiderare informazioni già note, mostrando come un cambio di metodologia possa trasformare la comprensione delle migrazioni antiche.
Le ragioni della mobilità preistorica: risorse, clima e scambi
Il contributo più importante sta nella possibilità di connettere biologia e geografia per leggere le cause degli spostamenti umani. Incrociando i dataset, gli studiosi possono distinguere se una migrazione fosse legata alla ricerca di nuove risorse, a pressioni ambientali e climatiche, oppure all’apertura di rotte economiche e commerciali.
Si tratta di un avanzamento che può cambiare in profondità il modo in cui interpretiamo il passato umano, rendendo più solido il collegamento tra tracce materiali, dati chimici e paesaggio.
Perché le migrazioni non descrivono solo dove si muovevano le persone: raccontano identità, scelte e strategie di vita, e aiutano a capire come si siano formate le storie delle civiltà.

