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TongTong, la bambina robot per le famiglie senza figli
Si chiama TongTong e ha più o meno 3 o 4 anni. È una bambina robot creata con l’intelligenza artificiale per le famiglie senza figli o per fare compagnia ai nonni, in una società che come la nostra ha a che fare con il problema della natalità e dell’invecchiamento della popolazione. Progettata…
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Erbil: attacco alla base italiana, nessun ferito tra i militari italiani
Il conflitto che da giorni sta alimentando la tensione in Medio Oriente torna a sfiorare da vicino anche l’Italia. Nelle ultime ore la base militare italiana di Camp Singara, a Erbil, nel Kurdistan iracheno, è stata raggiunta da un nuovo episodio legato all’escalation regionale che coinvolge Iraq, Iran, Israele e l’area del Golfo. In un primo momento le comunicazioni ufficiali hanno indicato un missile; successivamente, però, fonti informate hanno precisato che potrebbe essersi trattato di un drone Shahed, forse non destinato in modo mirato alla base e caduto dopo aver perso quota. Qualunque sia la natura dell’ordigno, resta evidente che l’evento rappresenta un ulteriore innalzamento del livello di rischio in un’area già estremamente instabile.
Crosetto: militari italiani illesi e procedure di protezione attivate
A fornire per primo rassicurazioni sul contingente è stato il ministro della Difesa Guido Crosetto, spiegando che non risultano né vittime né feriti tra i militari italiani presenti a Erbil. Il personale, ha riferito il ministro, era stato rapidamente trasferito nei bunker seguendo i piani d’emergenza già predisposti in caso di minaccia dal cielo. Le dichiarazioni hanno ridotto l’allarme immediato, ma non attenuano la serietà dell’accaduto: colpire un sito che ospita forze italiane in una zona strategica dell’Iraq ha infatti un significato politico e operativo rilevante.
La notte a Camp Singara: la ricostruzione del colonnello Pizzotti
A delineare una cronaca più dettagliata delle ore di tensione è stato il colonnello Stefano Pizzotti, comandante dell’Italian National Contingent a Erbil. In base al suo racconto, la base era già in preallarme per via della crisi in corso e l’allerta della coalizione sarebbe scattata intorno alle 20.30 locali. Di conseguenza, tutto il personale si è spostato nei bunker assegnati, in linea con protocolli ormai consolidati. Poco prima dell’una di notte, una nuova minaccia aerea ha colpito l’area della base, causando danni a infrastrutture e mezzi. I militari, tuttavia, erano già al riparo e questo ha evitato conseguenze più gravi. Il comandante ha ribadito che al momento dell’esplosione tutti i militari italiani erano protetti e che, nonostante la lunga permanenza nei rifugi, il morale del contingente è rimasto alto.
Impatto e verifiche: restano incertezze su origine e vettore dell’ordigno
Uno dei punti più sensibili riguarda l’attribuzione dell’attacco. Nelle prime ore si è parlato di missile, poi di drone, mentre le autorità italiane hanno mantenuto un profilo prudente, evitando valutazioni definitive. Lo stesso Pizzotti ha chiarito che la tipologia della minaccia e la sua provenienza sono ancora in fase di accertamento. Sul posto stanno operando gli artificieri della coalizione internazionale, con il compito di mettere in sicurezza l’area e permettere una stima completa dei danni. In questa fase il quadro resta quindi aperto: non è ancora chiaro se il bersaglio fosse la presenza italiana, un altro contingente nell’area aeroportuale o, più in generale, il dispositivo militare internazionale schierato a Erbil.
Tajani: condanna netta, ma cautela finché non ci sono prove
Sul piano diplomatico, il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha espresso una ferma condanna per quanto accaduto, confermando solidarietà ai militari in Iraq e ringraziandoli per il servizio. Parallelamente, la Farnesina ha scelto una linea misurata, insistendo sulla necessità di chiarire la dinamica prima di indicare responsabilità o definire l’episodio come un atto diretto contro l’Italia. Tajani ha inoltre riferito di aver contattato l’ambasciatore italiano in Iraq e di aver informato tempestivamente la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. L’impostazione dell’esecutivo appare, per ora, coerente: massima vigilanza e nessuna sottovalutazione, ma anche nessuna accelerazione nell’attribuzione senza riscontri solidi.
Erbil e Camp Singara: perché questo presidio è centrale per la missione italiana
Camp Singara non è un avamposto secondario. La base di Erbil si colloca in un punto nevralgico, tra Siria, Turchia e Iran, ed è parte del dispositivo internazionale nato per contrastare l’Isis. Nel tempo, il contingente italiano ha svolto soprattutto attività di addestramento delle truppe locali curde, su richiesta del governo iracheno e delle autorità della regione autonoma del Kurdistan. È una missione con ricadute strategiche non solo militari, ma anche diplomatiche, perché rafforza la presenza italiana in un’area cruciale per gli equilibri del Medio Oriente. Proprio per questo, l’episodio di Erbil ha un peso che va oltre i soli danni materiali registrati nella base.
Escalation regionale: un conflitto che si estende oltre i confini iniziali
L’attacco alla base italiana si colloca dentro un contesto regionale sempre più ampio e instabile. Lo scontro tra Stati Uniti, Israele e Iran è arrivato al tredicesimo giorno e, secondo le informazioni circolate nelle ultime ore, sta incidendo non solo sui territori direttamente coinvolti, ma anche su infrastrutture energetiche, traffici marittimi e assetti di sicurezza del Golfo. Nelle stesse ore in cui Erbil veniva colpita, si sono moltiplicate le segnalazioni di incendi in impianti petroliferi, attacchi con droni verso aeroporti e installazioni sensibili, bombardamenti in Iran, nuovi raid israeliani in Libano e tensioni crescenti lungo l’asse che coinvolge Iraq, Bahrein, Oman, Kuwait e lo Stretto di Hormuz. Una dinamica che evidenzia come la crisi stia assumendo una portata sempre più sistemica.
Hezbollah rilancia: “fase nuova”, missili e prospettiva di guerra prolungata
A rendere ancora più allarmante lo scenario si aggiungono dichiarazioni attribuite a una fonte politica di alto livello di Hezbollah, secondo cui il movimento filo-iraniano sarebbe entrato in “una nuova fase della guerra”, rivendicando il lancio di 150 missili nella notte verso Israele e dicendosi pronto a una “lunga guerra”. Affermazioni che confermano quanto il fronte libanese resti uno dei principali epicentri dell’escalation. Le parole di Hezbollah, insieme agli attacchi israeliani su obiettivi nel sud di Beirut e alle crescenti frizioni sul territorio libanese, rafforzano il timore concreto di un ulteriore ampliamento del teatro bellico.
Stretto di Hormuz e petrolio: la dimensione energetica della crisi
Intanto la crisi sta producendo effetti sempre più visibili anche sul versante economico ed energetico. Lo Stretto di Hormuz, passaggio determinante per una quota rilevante del commercio mondiale di petrolio, è tornato al centro delle preoccupazioni internazionali. Nelle ultime ore sono stati segnalati attacchi contro petroliere, navi commerciali e infrastrutture petrolifere, mentre il prezzo del greggio ha superato i 100 dollari al barile, alimentando timori di nuove turbolenze sui mercati. L’Iraq ha sospeso le operazioni nei terminal petroliferi dopo gli attacchi a due petroliere, mentre in Bahrein e Oman si sono verificati incendi in depositi e serbatoi di carburante. Una crisi di questa portata rischia di avere ricadute dirette non solo sul Medio Oriente, ma sull’intera economia globale.
La “Mayuree Naree” sotto attacco: rotte commerciali sempre più esposte
Tra gli eventi più gravi segnalati nelle stesse ore figura l’attacco alla nave thailandese Mayuree Naree, colpita durante il transito nell’area dello Stretto di Hormuz. In base alle informazioni disponibili, tre membri dell’equipaggio risultano dispersi e si ritiene possano essere rimasti intrappolati nella sala macchine dopo i danni riportati dall’imbarcazione. Le Guardie della Rivoluzione iraniane avrebbero motivato l’azione sostenendo che la nave avrebbe ignorato ripetuti avvertimenti. In ogni caso, l’episodio conferma che non è in gioco soltanto la sicurezza dei contingenti militari nella regione, ma anche la libertà di navigazione e la tenuta delle principali rotte commerciali internazionali.
Italia in allerta: tutela del contingente e equilibrio diplomatico
In questo scenario l’Italia deve gestire un passaggio particolarmente delicato. Da un lato c’è la priorità di proteggere il contingente in Iraq e garantire supporto ai militari in un’area sempre più instabile. Dall’altro, è necessario mantenere un equilibrio diplomatico: evitare reazioni impulsive, ma anche non minimizzare l’impatto di un attacco che ha coinvolto una struttura italiana all’estero. Le rassicurazioni del comandante Pizzotti rivolte alle famiglie e la prudenza istituzionale mostrata da Crosetto e Tajani sembrano oggi i due cardini della risposta italiana: solidità operativa sul campo e cautela politica sul piano internazionale.
Erbil come segnale: una crisi capace di ridisegnare gli equilibri mediorientali
Quanto accaduto a Erbil non va interpretato come un fatto isolato. L’attacco alla base italiana appare piuttosto come la manifestazione di una crisi in rapida espansione, che coinvolge attori statali, milizie regionali, infrastrutture energetiche, rotte marittime e interessi occidentali. In una fase in cui anche un singolo evento può innescare ricadute diplomatiche e militari rilevanti, diventa decisivo distinguere tra incidente, segnale intimidatorio o offensiva deliberata. L’Italia, come gli altri partner internazionali, segue ora gli sviluppi con la massima attenzione, consapevole che la tenuta della missione a Erbil e la sicurezza dell’area dipenderanno dall’evoluzione di una guerra che appare sempre più difficile da contenere.
Mondo
Milano, principio d’incendio sul tram 27: cavo elettrico caduto, evacuati i passeggeri
Attimi di grande tensione nella mattina dell’11 marzo a Milano: un tram della linea 27 ha avuto un principio di incendio mentre era regolarmente in servizio con alcuni passeggeri a bordo. Il fatto è avvenuto poco dopo le 9 in via Marco Bruto, nella parte est della città tra Mecenate e Forlanini, lungo una delle direttrici tranviarie che collegano il centro con l’area dell’aeroporto di Linate.
Dalle prime verifiche, l’emergenza sarebbe scaturita dalla caduta di un cavo della rete aerea di alimentazione. L’urto e il contatto con i componenti elettrici sul tetto del mezzo avrebbero innescato una fiammata con fumo visibile anche dall’esterno. Sul convoglio viaggiavano circa venti persone che, per fortuna, non hanno riportato ferite né segni di intossicazione.
Cosa hanno visto i passeggeri: rumore, fumo e evacuazione immediata
Chi era a bordo riferisce di aver percepito all’improvviso un forte colpo, come una frenata brusca. Subito dopo, l’abitacolo si sarebbe riempito di fumo e il calore interno sarebbe aumentato rapidamente, spingendo il conducente ad aprire le porte e a favorire la discesa rapida dei passeggeri.
Alcuni testimoni hanno raccontato di scintille e piccole fiamme sulla parte alta del tram, in prossimità del pantografo, il sistema che consente di captare energia dalla linea elettrica. Nel frattempo, il cavo finito a terra avrebbe continuato a sprigionare scintille sull’asfalto, motivo per cui forze dell’ordine e personale Atm hanno delimitato subito l’area per impedire avvicinamenti pericolosi.
La circolazione nella zona è stata interrotta temporaneamente e le persone presenti sono state fatte arretrare per ragioni di sicurezza.
Vigili del fuoco sul posto: spegnimento e messa in sicurezza della linea
I vigili del fuoco sono arrivati in pochi minuti con diversi mezzi di soccorso. Le squadre hanno estinto il focolaio sviluppatosi sul tetto del tram e hanno lavorato per rendere sicura la tratta elettrica interessata dal guasto.
In via precauzionale è intervenuto anche il 118, ma nessun passeggero ha avuto necessità di assistenza sanitaria. Concluse le verifiche e la messa in sicurezza dell’infrastruttura, il tram è stato agganciato a un rimorchiatore e spostato dai binari per consentire gli accertamenti tecnici.
Parallelamente, i tecnici Atm hanno operato per ripristinare il servizio sulle linee coinvolte: in particolare la 27 e la 12, tornate progressivamente alla normalità nel corso della mattinata.
Nota Atm: episodio distinto e non collegato al caso del 27 febbraio
In un comunicato ufficiale, Atm (Azienda Trasporti Milanesi) ha chiarito che quanto accaduto non è in alcun modo connesso al grave evento del 27 febbraio, quando un tram della linea 9 era deragliato in viale Vittorio Veneto causando due vittime e numerosi feriti.
Secondo la società, l’incidente di questa mattina sarebbe riconducibile unicamente al cedimento di un cavo della rete aerea, che avrebbe provocato un contatto elettrico con i dispositivi collocati sul tetto del mezzo.
Il conducente, fanno sapere da Atm, avrebbe arrestato immediatamente il tram ai primi segnali di anomalia, permettendo l’uscita ordinata dei passeggeri e contenendo gli effetti dell’accaduto.
Quattro eventi ravvicinati: torna il confronto sulla sicurezza della rete di superficie
Quanto avvenuto in via Marco Bruto è il quarto episodio che coinvolge i tram milanesi in meno di due settimane, circostanza che ha riacceso l’attenzione sulla sicurezza del trasporto pubblico di superficie nel capoluogo lombardo.
Il 27 febbraio, il deragliamento del tram 9 in area Porta Venezia aveva portato a una tragedia con due morti e oltre cinquanta feriti. Nei giorni seguenti si sono verificati altri due casi: un tram senza passeggeri uscito dai binari nei pressi della stazione Centrale e, poco dopo, un mezzo della linea 15 deragliato a Rozzano senza conseguenze per chi si trovava a bordo.
Anche se le dinamiche risultano diverse, la sequenza di episodi così ravvicinati ha alimentato preoccupazione tra cittadini e pendolari che utilizzano quotidianamente il servizio Atm.
Pressione politica: la Lega chiede un Consiglio comunale dedicato ai tram
Sul piano politico, l’episodio ha generato reazioni immediate. La Lega ha chiesto la convocazione di un Consiglio comunale straordinario per discutere della situazione di Atm e della sicurezza della rete tranviaria milanese.
Per il capogruppo leghista Alessandro Verri, questo nuovo episodio rappresenterebbe un ulteriore segnale d’allarme e renderebbe necessario chiarire in modo completo lo stato delle infrastrutture, i piani di manutenzione e le risorse destinate agli interventi sulla rete.
Dal partito è arrivata anche la richiesta di verifiche più approfondite su mezzi e impianti; inoltre è stato chiesto al sindaco Giuseppe Sala di spiegare l’organizzazione del servizio e le misure adottate per tutelare la sicurezza dei cittadini che ogni giorno si spostano con tram e autobus.
Nonostante lo spavento e l’evacuazione d’emergenza, il bilancio resta senza feriti. L’episodio, però, riporta l’attenzione sulla necessità di controlli costanti su una delle reti tranviarie più estese d’Europa, con 17 linee, circa 160 chilometri di binari e oltre cinquemila corse quotidiane.
Guerra Ucraina
Guerra in Ucraina: chi è fuggito e le due vite di Andrii Rosliuk
Si può davvero coinvolgere un lettore nella vicenda di un uomo che non ce l’ha fatta? In una storia in cui il protagonista non trionfa, o comunque non nel modo in cui siamo abituati a immaginare un personaggio vincente, un eroe. “Le due vite di Andrii Rosliuk” (Arkadia Editore, 2026), di Olivia Crosio, racconta proprio questo: una storia «allegra e piena di vita» che ruota attorno a un uomo che, alla fine, non riesce a vincere la sua battaglia. Ed è anche un romanzo desiderato dal suo stesso protagonista. Andrii Rosliuk e sua madre Nataliia lasciano l’Ucraina a causa della guerra e della malattia di lui: salgono su un autobus e vengono portati in Italia, a Milano, dove Andrii tenterà un trapianto di midollo. Si lasciano alle spalle famiglia, amicizie, progetti e speranze, ma anche dettagli che sanno di casa: le polpette preferite di Andrii, la sua auto rossa con il cambio automatico e una particolare bottiglia di whisky.
A Milano comincia una seconda vita, abitata da angeli. Nataliia, convinta di essere una donna pratica, finisce per scorgerli ovunque e, come se non bastasse, inizia anche ad avere sogni premonitori. E poi tram, metropolitana, ancora tram. Con la sua energia, «il piccolo folletto ucraino» conquista cuori e cucine. Nel frattempo Andrii combatte. Il legame con la vita di prima resta nei frequenti battibecchi: ogni volta lei rimane piccata, lui si pente. La sera Andrii, informatico di successo che continua a lavorare nonostante tutto, riceve telefonate da amiche e amici rimasti in Ucraina. Tutti lo aspettano: non vedono l’ora di bere con lui quella certa bottiglia di whisky. E quei colpi contro il muro significano che Iryna e Myla, nella stanza accanto, hanno preparato la cena anche per lui. Le cure proseguono fino a un nuovo ricovero. Ed è allora che Andrii decide che, prima di addormentarsi, forse è meglio affidare a qualcuno il compito di scrivere la sua storia, perché «comunque vada a finire, sarà stato bellissimo».
Il romanzo è un viaggio non soltanto geografico, ma anche esistenziale e psicologico, lontano dalla retorica stucchevole della guerra e della malattia che renderebbero automaticamente buoni e mansueti. Il protagonista ama la vita perché sa che la malattia che lo accompagna lo ha rafforzato nello spirito e nell’intelletto; non è una figura da compatire né uno strumento per sensibilizzare chi legge sulla causa ucraina, ma un uomo realizzato, pieno di vitalità, simbolo di una resistenza totale. Andrii sa bene che ogni giorno di resistenza in Ucraina è un giorno di speranza. Dal romanzo di Crosio emerge anche quanto l’Ucraina soffra l’assenza di una fierezza adeguata verso la propria memoria storica e linguistica. A volte sembra che troppi ucraini vogliano rinchiudere l’identità in un’idea nazionale stretta, locale e folklorica o, peggio, in teorie arcaizzanti o mistiche. Nel contempo, l’Ucraina, soprattutto dall’inizio dell’invasione russa, cerca di definire con decisione una vera identità linguistica.
Da questo punto di vista, “Le due vite di Andrii Rosliuk” offre speranza a chi dovrà continuare a scrivere la storia di Andrii: per vivere in pace e per costruire l’immagine di una nazione e di uno Stato capaci di consolidare autocoscienza e sicurezza all’interno del Paese. Una nazione sicura di sé, inoltre, risulta più pronta e più capace di accogliere e selezionare ciò che arriva dall’esterno.
L’articolo Chi ha lasciato l’Ucraina a causa della guerra. Le due vite di Andrii Rosliuk proviene da Il Riformista.
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