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Petroliera russa Arctic Metagaz alla deriva: allarme tra Lampedusa e Malta, vertice a Palazzo Chigi
Una petroliera russa compromessa e ormai senza equipaggio continua a spostarsi senza controllo nel Mar Mediterraneo, tra Linosa e Malta, alimentando l’allarme per un potenziale grave incidente ambientale. L’unità, la LNG Arctic Metagaz, avrebbe a bordo circa 900 tonnellate di gasolio e due serbatoi di gas liquefatto: un carico che, in caso di perdita o urto, potrebbe avere conseguenze pesanti sull’ecosistema del Canale di Sicilia.
In questo momento l’imbarcazione risulta in acque internazionali all’interno della zona SAR maltese; per questo La Valletta ha disposto un cordone di sicurezza, imponendo a tutte le navi in transito una distanza minima di cinque miglia nautiche. La situazione è seguita in modo continuativo da assetti navali e aerei della Marina Militare e della Guardia Costiera italiana, con capacità d’intervento immediato se il quadro dovesse deteriorarsi.
Palazzo Chigi, riunione d’emergenza: Italia e Malta allineano le operazioni
L’emergenza legata alla nave alla deriva è finita al centro di un vertice straordinario a Palazzo Chigi, guidato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Al tavolo erano presenti vari esponenti dell’esecutivo, tra cui il ministro degli Esteri Antonio Tajani, il ministro della Difesa Guido Crosetto, il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin e il ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare Nello Musumeci, oltre al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e al capo della Protezione civile Fabio Ciciliano.
Al termine della riunione, Palazzo Chigi ha ribadito che l’Italia sta condividendo con Malta il monitoraggio della nave sin dal primo momento. Roma ha inoltre dichiarato la disponibilità a garantire attività di supporto tecnico e operativo, restando però in attesa delle determinazioni formali maltesi, dal momento che la competenza ricade sull’area di ricerca e soccorso in cui si trova la petroliera.
Deriva e rotta: le correnti la trascinano lentamente verso Malta
Le correnti continuano a spingere la nave, con un movimento lento ma costante, verso est, allontanandola almeno per ora dal perimetro delle acque italiane. In base agli ultimi riscontri, la metaniera sarebbe a circa 25-30 miglia nautiche dall’isola di Linosa e la sua traiettoria potrebbe, con gradualità, orientarsi verso Malta.
Il sindaco di Lampedusa e Linosa Filippo Mannino ha invitato alla prudenza senza allarmismi, sottolineando che il relitto viene controllato di continuo e che al momento non rappresenta un pericolo immediato per le coste italiane. Resta comunque alta l’attenzione: vento e mare possono cambiare in fretta, alterando direzione e velocità della deriva.
Nell’area sono operative più unità, inclusi rimorchiatori e mezzi antinquinamento, pronti a intervenire qualora fosse necessario mettere in sicurezza lo scafo o contenere eventuali sversamenti di carburante.
Il presunto assalto tra il 3 e il 4 marzo e l’abbandono della nave
La storia della Arctic Metagaz nasce dall’episodio avvenuto tra il 3 e il 4 marzo, quando la nave sarebbe stata seriamente danneggiata da un presunto attacco con droni marini nel Mediterraneo centrale. Per il ministero dei Trasporti russo, i droni sarebbero partiti dalla Libia e sarebbero stati impiegati da forze ucraine; tuttavia Kiev non ha mai confermato ufficialmente alcun ruolo, lasciando aperti dubbi e ricostruzioni.
L’azione avrebbe causato esplosioni a bordo e un incendio, imponendo ai trenta membri dell’equipaggio, tutti cittadini russi, di evacuare. I marittimi sono stati poi recuperati attraverso un’operazione congiunta tra i servizi di soccorso maltesi e quelli russi, mentre la nave è rimasta in condizioni critiche.
Da allora l’unità risulta senza equipaggio e fuori controllo, esposta alle correnti e alle condizioni meteo del Mediterraneo.
Arctic Metagaz e “shadow fleet”: i sospetti sulla rete di elusione delle sanzioni
La Arctic Metagaz è una metaniera di grandi dimensioni, lunga circa 277 metri, salpata il 24 febbraio da Murmansk e con possibile destinazione il Canale di Suez. Secondo varie fonti internazionali, l’imbarcazione rientrerebbe nella cosiddetta “flotta ombra” russa, un sistema di navi impiegate per mantenere i flussi di prodotti energetici nonostante le sanzioni di Stati Uniti, Regno Unito e Unione europea, tramite rotte e assetti societari difficili da tracciare.
Anche per questo la nave era già stata inserita nelle liste di sanzioni internazionali dal 2024, elemento che ha aumentato l’attenzione politica e strategica attorno all’incidente e ai suoi possibili risvolti.
Il presidente russo Vladimir Putin ha descritto l’attacco come un “atto terroristico”, puntando il dito contro l’Ucraina. Nel frattempo, diversi osservatori ritengono plausibile un collegamento con lo scontro più ampio tra Mosca e Kiev e con la dimensione “energetica” del conflitto, che passa anche dalle rotte marittime e dalla sicurezza dei traffici.
Pericolo ambientale nel Canale di Sicilia: carburante e GNL rendono lo scenario critico
La quantità di combustibili a bordo rende l’evento particolarmente sensibile. Le stime indicano che la nave trasporterebbe circa 60 mila tonnellate di gas naturale liquefatto (GNL), oltre al gasolio nei serbatoi: un mix che, in caso di fuga, incendio o esplosione, potrebbe trasformarsi in un grave episodio di inquinamento marino nel cuore del Mediterraneo.
Per questo le autorità italiane e maltesi mantengono un monitoraggio costante e coordinato, mentre Marina e Protezione civile restano in prontezza operativa per scongiurare che l’emergenza evolva in una crisi ambientale su vasta scala.
Al momento la petroliera prosegue la sua lenta deriva tra Linosa e Malta, osservata da vicino dalle unità schierate nell’area e condizionata da correnti e meteo. Le prossime azioni sul campo dipenderanno dalle autorità maltesi, che hanno competenza nella zona in cui si trova l’imbarcazione.
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Guerra Iran: Trump, “Stiamo abbattendo il regime”. Esplosioni a Teheran e Dubai
La guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele continua ad ampliarsi, alimentando **nuove frizioni militari e geopolitiche** in tutta l’area. Al quattordicesimo giorno di combattimenti, Teheran è stata investita da una serie di forti esplosioni avvertite in più quartieri: secondo giornalisti e fonti locali, le deflagrazioni hanno fatto tremare edifici sia nel centro sia nel settore nord della città.
Le esplosioni sarebbero riconducibili alle operazioni congiunte di Israele e Stati Uniti contro obiettivi ritenuti cruciali per il regime iraniano. Le autorità di Teheran non hanno diffuso dati dettagliati su vittime o danni, mentre i media iraniani riferiscono di **attacchi multipli** diretti verso infrastrutture militari e installazioni considerate sensibili.
Nel frattempo, segnalazioni di ulteriori boati sono arrivate anche da Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. In base a quanto comunicato dalle autorità locali, i danni sarebbero stati causati da frammenti di un missile intercettato dai sistemi di difesa aerea: un edificio nel distretto finanziario ha riportato danni alla facciata, ma **non risultano feriti**.
Offensiva Israele-USA: bilancio degli attacchi e obiettivi colpiti
L’esercito israeliano sostiene di aver eseguito nelle ultime 24 ore operazioni di ampia portata contro l’Iran. Secondo le Forze di Difesa Israeliane, decine di velivoli hanno effettuato circa venti azioni mirate nelle regioni centrali e occidentali del Paese, colpendo **oltre 200 target** collegati alla macchina militare iraniana.
Tra gli obiettivi citati figurano lanciatori di missili balistici, batterie di difesa aerea e siti di produzione di armamenti. Le azioni rientrano nell’offensiva più ampia chiamata “Roaring Lion”, avviata con l’obiettivo di contenere e contrastare **i lanci missilistici iraniani** diretti verso Israele.
In parallelo, Israele ha rivendicato un’operazione mirata anche a Beirut, in Libano, nella quale sarebbe stato ucciso un esponente di Hezbollah. Il raid rafforza l’idea che il conflitto stia coinvolgendo un numero crescente di attori regionali e si stia estendendo **ben oltre il territorio iraniano**.
Reazione di Teheran: missili, Golfo e nuove intimidazioni
Da parte sua, Teheran ha annunciato ulteriori ondate di missili contro Israele e contro basi militari statunitensi nella regione. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha dichiarato di aver preso di mira diverse città israeliane e installazioni nel Golfo, presentando l’operazione come una **rappresaglia su larga scala**.
Secondo quanto riportato in Israele, gli attacchi iraniani avrebbero causato decine di feriti nel nord del Paese: un missile ha colpito la città di Zarzir, danneggiando abitazioni e infrastrutture. I soccorsi hanno indicato che la maggior parte dei feriti ha riportato lesioni lievi, spesso dovute a **vetri e detriti**.
Intanto, l’Iran continua a irrigidire la propria postura anche sul fronte interno. I Pasdaran hanno avvertito che eventuali nuove proteste antigovernative verrebbero represse con una forza superiore rispetto alla **dura repressione di gennaio**.
Prima dichiarazione della Guida Suprema Mojtaba Khamenei alla nazione
La giornata è stata segnata anche dal primo messaggio televisivo alla nazione della nuova Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, indicato come successore dell’ayatollah Ali Khamenei. Il discorso è stato letto da una giornalista della TV di Stato senza che il leader comparisse in video, ribadendo una **linea politica di fermezza**.
Nel testo, Khamenei ha affermato che l’Iran “non si arrenderà mai” e ha promesso vendetta contro Stati Uniti e alleati. Ha inoltre ribadito che lo Stretto di Hormuz resterà chiuso e ha invitato i Paesi della regione a chiudere le basi americane presenti sul proprio territorio, enfatizzando **la pressione sul Golfo**.
L’assenza pubblica del leader ha alimentato dubbi sulle sue condizioni. In base ad alcune dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, la nuova guida iraniana potrebbe essere rimasta **ferita nei primi giorni** dei bombardamenti.
Trump alza i toni: dichiarazioni e incidenti nel teatro navale
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha adottato un linguaggio particolarmente duro verso la Repubblica islamica. In un post su Truth, ha sostenuto che le forze statunitensi stanno **“distruggendo completamente”** il “regime terroristico dell’Iran”.
Trump ha inoltre dichiarato che marina e aviazione iraniane sarebbero state neutralizzate e che missili, droni e infrastrutture militari sarebbero in larga parte distrutti. Le affermazioni arrivano mentre Washington continua a supportare le operazioni israeliane e a mantenere **una presenza militare significativa** nell’area.
Alle parole sono seguite nuove tensioni in mare. Secondo fonti statunitensi, una nave iraniana avvicinatasi alla portaerei USS Abraham Lincoln sarebbe stata colpita da missili lanciati da un elicottero americano dopo che colpi di avvertimento non avevano sortito effetto, aumentando **il rischio di escalation navale**.
Mercati e petrolio: effetti immediati della crisi energetica
La guerra sta già generando ricadute rilevanti sui mercati energetici globali. Il prezzo del petrolio ha superato i 100 dollari al barile, spinto soprattutto dalle tensioni nello Stretto di Hormuz, corridoio strategico da cui transita circa **un quinto del petrolio mondiale**.
Per ridurre il rischio di carenze, gli Stati Uniti hanno annunciato una misura temporanea che consente ai Paesi di acquistare petrolio russo già caricato sulle navi prima dell’inasprimento delle sanzioni. La decisione, descritta dal Dipartimento del Tesoro come limitata e breve, mira a incrementare **l’offerta globale di greggio** e a contenere l’aumento dei prezzi.
La crisi sta influenzando anche la finanza: le principali borse europee risultano in calo e cresce la preoccupazione per l’impatto della guerra su approvvigionamenti e costi energetici, con **riflessi sull’economia mondiale**.
Estensione del conflitto: Iraq, sicurezza regionale e reazioni estere
Il clima di instabilità si allarga ad altri Paesi. In Iraq, nella regione curda di Erbil, un attacco ha causato la morte di un militare francese, il maresciallo Arnaud Frion del settimo battaglione dei cacciatori alpini di Varces. La notizia è stata confermata dal presidente Emmanuel Macron, che ha definito l’azione **“inaccettabile”**.
L’episodio avrebbe ferito anche altri militari francesi impegnati nella missione internazionale contro lo Stato Islamico. Macron ha precisato che la presenza francese in Iraq è legata al contrasto al terrorismo e non dovrebbe essere assimilata allo scontro tra Iran, Israele e Stati Uniti, ribadendo **la cornice della missione**.
Intanto, diversi Paesi valutano misure di sicurezza straordinarie. Il Regno Unito ha fatto sapere di stare esaminando opzioni militari per proteggere la navigazione nello Stretto di Hormuz, mentre la Cina ha espresso preoccupazione per i raid contro obiettivi civili e ha chiesto **una cessazione immediata delle ostilità**.
Una crisi che supera i confini: ricadute politiche, commerciali e strategiche
Il confronto tra Iran, Stati Uniti e Israele sta rapidamente assumendo un respiro globale. Oltre al pericolo di un’ulteriore espansione in Medio Oriente, la crisi minaccia di destabilizzare mercati energetici, rotte commerciali e assetti geopolitici, con **effetti a catena** su più continenti.
Il blocco dello Stretto di Hormuz, le tensioni nel Golfo e l’aumento di missili e raid aerei mostrano quanto l’impatto possa andare oltre il solo piano militare. L’accelerazione delle ultime ore indica che una soluzione diplomatica appare ancora distante e che l’escalation resta **un rischio concreto**.
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Referendum Giustizia 2026: come si vota, cosa prevede e quesiti in gioco
Domenica 22 marzo (7–23) e lunedì 23 marzo (7–15) sono le due giornate in cui si svolge la votazione per il referendum popolare confermativo sulla legge di riforma della Costituzione relativa all’ordinamento giurisdizionale e all’istituzione della Corte disciplinare.
- Votare Sì significa scegliere di confermare e quindi approvare la legge che modifica la Costituzione.
- Votare No equivale a respingere la legge di revisione costituzionale.
Per votare, l’elettore deve recarsi al seggio con un documento d’identità valido e la tessera elettorale.
In assenza di tessera, in caso di smarrimento o se gli spazi risultano terminati, è possibile richiederne una nuova presso l’ufficio elettorale del comune di residenza.
Maggiori informazioni sono disponibili su interno.gov.it
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