Mondo
Il terremoto a Taiwan, il racconto di un italiano: “Terribile, quei secondi non finivano mai”
“È stato terribile, quei 15 secondi non finivano mai. Questi momenti li ricorderò per tutta la vita”. Gianluca Marraffa, palermitano ha 32 anni e vive a Taiwan, nella capitale Taipei. L’isola in queste ore fa la conta dei danni dopo il devastante terremoto di ieri 3 aprile di magnitudo 7.4, il…
Guerra Ucraina
Il bimbo sfigurato, le ucraine stuprate e le lacrime dei traduttori: i video che impazzano in rete
I racconti su cosa sta succedendo in Ucraina non si limitano alle testimonianze dei soldati al fronte o ai rapporti sulla situazione bellica, presentati da ufficiali, generali e presidenti. Come in ogni conflitto, a finire sulla linea di tiro sono soprattutto i civili, che hanno deciso di rimanere nei loro villaggi e nelle città nonostante l’avanzata dell’esercito di Vladimir Putin. Le loro testimonianze si stanno diffondendo nel nostro Paese e non solo, provocando la commozione di chi, per primo, deve tradurre queste storie.
Questa mattina, al Senato, si è tenuta una conferenza stampa a cui ha partecipato la regista Alisa Kovalenko, membro della European Film Academy e della Ukraine Film Academy, che ha curato il film “Traces”, un lungometraggio che racconta le storie di sei donne sopravvissute a violenze sessuali. “Mi ricordo la donna più anziana della nostra comunità, un’insegnante che viene da uno dei villaggi di Kherson”, ha detto la traduttrice, trasponendo in italiano le parole della regista. La sua voce, quasi immediatamente, si è rotta. “Durante questo incontro con un russo, lui le ha spaccato tutti i denti, le ha rotto le ossa, le ha tagliato la pancia, l’ha violentata, le ha rubato la bici e le ha lasciato come ricordo una pallottola”. Un racconto tremendo, sintesi della brutalità del conflitto e a cui nessuno può rimanere indifferente, soprattutto se è chi deve esprimerlo a voce alta, rendendolo, come si suol dire, reale anche per chi non ha vissuto questi orrori. La traduttrice, visibilmente scossa, si è anche scusata per la sua reazione. E non è stato l’unico caso.
Mercoledì 11 dicembre, al Parlamento europeo, ha portato la sua testimonianza Roman Oleksiv, un bambino di 11 anni originario di Leopoli. Nella sua audizione, ha raccontato della morte della madre in un bombardamento russo contro un ospedale, nel luglio del 2022, a cui lui è sopravvissuto rimanendo sfigurato e grazie a 36 operazioni chirurgiche, più un lungo percorso di riabilitazione. “Quella è stata l’ultima volta che l’ho vista e ho potuto dirle addio”. L’interprete, anche qui, non è riuscita a trattenere le lacrime. Entrambi i video stanno facendo il giro della rete, con migliaia di visualizzazioni e centinaia di commenti che esprimono la loro solidarietà per le vittime del conflitto e chiedono a gran voce sia l’immediata cessazione delle ostilità, sia la condanna per coloro che si sono resi protagonisti di crimini di guerra.
Guerra Ucraina
Diretta | Kiev pronta ad accettare zona demilitarizzata. Mosca porta in tribunale l’Ue sui beni congelati
Giornata cruciale sul fronte diplomatico della guerra: Kiev, secondo fonti francesi, sarebbe pronta ad accettare una zona demilitarizzata nel Donbass sotto supervisione internazionale, segnando una svolta nei negoziati con Usa e Russia. Intanto Mosca lancia una causa contro Euroclear sugli asset congelati, prosegue la pressione militare con nuovi attacchi su Odessa, e Donald Trump ribadisce che Washington vuole guidare le trattative per evitare una possibile escalation globale.
Guerra Ucraina
Questi sono i confini di una “pace giusta”
In fondo sull’Ucraina si gira attorno sempre alle stesse soluzioni. Il 2 marzo del 2022, a dieci giorni dallo scoppio della guerra, sul Giornale teorizzai l’ingresso di Kiev nella Ue. Il 7 ottobre dello stesso anno scrissi dell’adesione dell’Ucraina alla Nato. All’epoca queste ipotesi furono prese con un certo scetticismo ma trascorsi tre anni siamo sempre lì. Alla fine se si vuole garantire una sicurezza efficace al Paese bisogna agire su quei meccanismi di solidarietà: l’ingresso nell’Unione Europea assicurerebbe a Kiev la copertura prevista dall’articolo 42, paragrafo 7 del trattato, cioè la clausola di difesa reciproca che prevede l’obbligo per gli Stati membri di prestare aiuto con tutti gli strumenti in loro possesso ad un paese Ue che fosse vittima di un’aggressione (per un ex-ministro degli Esteri come Riccardo Terzi si tratta di un testo più stringente rispetto al patto atlantico e seguirebbe la logica dei cosiddetti volenterosi); contemporaneamente, poi, bisognerebbe utilizzare, seguendo la proposta del governo italiano, un meccanismo simile a quello dell’art. 5 della Nato che garantisca all’Ucraina, in attesa di un suo ingresso ufficiale nell’Alleanza, le stesse garanzie di solidarietà in modo da coinvolgere pure gli Stati Uniti. Se non è zuppa è pan bagnato.
Le ipotesi di allora non erano dettate dal dono della preveggenza ma solo dal buonsenso e anche oggi sono figlie della consapevolezza che per soddisfare la legittima aspirazione di Kiev di avere un futuro sicuro dopo una guerra durata quanto il primo conflitto mondiale, quella è la strada obbligata. Come pure è difficile immaginare dal punto di vista dell’Ucraina un confine diverso da quello dell’attuale linea del fronte. Il problema non è tanto l’entità dei territori ancora in mano all’esercito di Kiev che Putin esige per arrivare alla pace: si tratta del 22-25% del Donbas che equivale in termini di grandezza al Trentino Alto Adige. Non è molto. Solo che le conseguenze di una simile concessione per Kiev possono rivelarsi estremamente onerose sul piano politico. Accettare l’idea che un pezzo più o meno grande del Paese ancora in mani ucraine passi ai russi nell’ambito di un tregua significa in un modo o nell’altro ammettere di aver perso la guerra: un conto infatti è accettare una linea del confine determinata dall’equilibrio militare come avvenne in Corea, un altro è ritirarsi in ossequio ad un trattato che assegni quei territori ai russi. Di più: Kiev non ha ancora riconosciuto la sovranità russa sulla Crimea, tantomeno sui territori occupati da Mosca nel conflitto, ne è intenzionata a farlo. Concedere autonomamente quei 13mila chilometri quadrati sulla base di un accordo equivale nei fatti a riconoscere indirettamente la sovranità di Mosca sulla Crimea e sull’intero Donbass. Per un Paese che ha sopportato una guerra che ha mietuto centinaia di migliaia di vittime e causato distruzioni sarebbe un costo troppo alto. Una scelta del genere non ripagherebbe la popolazione dei sacrifici e delle le sofferenze che ha subito e finirebbe per mettere sul banco degli imputati Zelensky. La linea del fronte come confine, invece, non richiederebbe concessioni ma sarebbe solo una presa d’atto sull’altare del realismo. Magari per la superficialità e per l’ossessione per gli affari scambiata per diplomazia di Donald Trump queste possono sembrare sottigliezze inutili, cavilli o bizantinismi: solo che la pace, se è pace giusta e non una capitolazione, non può essere siglata sulla pelle dei popoli.
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