Connect with us

Mondo

Il missile si inceppa durante l’esercitazione: “Non può essere disinnescato, non sappiamo dove cadrà”

Published

on

È “allarme missile” in Danimarca. Il paese scandinavo ha infatti avvertito di un “guasto missilistico” a bordo di una sua nave militare che stava effettuando un’esercitazione. L’inconveniente ha costretto le autorità danesi a chiudere il suo spazio aereo e a impedire ad altre navi di transitare…

Click to rate this post!
[Total: 0 Average: 0]
Continue Reading
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Mondo

Guerra Iran: Khamenei (Mojtaba) minaccia Usa, Hormuz chiuso; Trump risponde

Published

on

By

Guerra Iran: Khamenei (Mojtaba) minaccia Usa, Hormuz chiuso; Trump risponde

Discorso Khamenei Iran tensione Hormuz

Il tredicesimo giorno del conflitto in Medio Oriente registra un’ulteriore impennata: arriva il primo messaggio pubblico di Mojtaba Khamenei, che ha assunto il ruolo di guida suprema dell’Iran dopo la scomparsa del padre Ali Khamenei. Nel discorso trasmesso dalla TV di Stato, il nuovo leader sceglie toni intransigenti, ribadendo che Teheran non arretrerà e che la priorità resterà la pressione militare e strategica contro avversari regionali e presenza statunitense. Secondo Reuters, Khamenei ha insistito che lo Stretto di Hormuz deve restare chiuso come strumento di leva, chiedendo inoltre la chiusura delle basi Usa nell’area e avvertendo che, in caso contrario, potrebbero diventare obiettivi.

Mobilitazione totale e “vittoria necessaria”: la linea del nuovo vertice iraniano

Fin dalle prime frasi, l’intervento appare orientato a una chiamata alla resistenza senza pause. Khamenei richiama la vendetta per il sangue dei martiri e sostiene che la risposta debba essere reale, continuativa e non limitata a gesti dimostrativi. L’impostazione presenta la guerra come uno scontro decisivo per la sopravvivenza della Repubblica islamica, facendo leva su un racconto di coesione nazionale e religiosa. In questo quadro, la scelta di ribadire la chiusura di Hormuz pesa enormemente: tocca uno snodo centrale dei flussi energetici globali e può trasformare l’escalation militare in un urto economico mondiale.

Replica da Washington: per Trump conta fermare Teheran più dei prezzi dell’energia

A stretto giro rispetto al messaggio di Teheran, arriva la risposta di Donald Trump, che rivendica la solidità energetica americana ma chiarisce quale sia, a suo avviso, la priorità politica: impedire all’Iran di arrivare all’arma nucleare. In un post su Truth Social, il presidente Usa ricorda che Washington è il primo produttore mondiale di petrolio e che un rialzo del greggio può perfino favorire l’economia statunitense; tuttavia aggiunge che l’obiettivo centrale resta bloccare quello che definisce un “impero malvagio” prima che possa destabilizzare Medio Oriente e resto del mondo. Il messaggio rafforza l’idea di una Casa Bianca intenzionata a mantenere la massima pressione, anche a costo di nuove turbolenze sui mercati e nella sicurezza regionale.

Attacco a Erbil vicino alla presenza italiana: nessun ferito, ma livello di guardia alto

Intanto il conflitto sfiora direttamente anche il dispositivo italiano in Iraq. Nella giornata di giovedì 12 marzo 2026, l’area della base di Erbil, nel Kurdistan iracheno, è stata raggiunta da un attacco che, secondo le autorità italiane, sarebbe stato intenzionale. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha confermato che i militari si sono riparati nei bunker e che non risultano feriti; il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha invece riferito di danni materiali e di un quadro ancora estremamente delicato. Stando a Reuters, l’azione sarebbe stata condotta con un drone, in grado di distruggere un mezzo logistico all’interno del comprensorio militare che ospita anche personale Nato e forze della coalizione internazionale, alimentando una allerta operativa costante.

Stretto di Hormuz e petrolio: lo snodo che può far esplodere la crisi globale

Se Erbil è il fronte militare che riguarda più da vicino l’Italia, lo Stretto di Hormuz resta il punto da cui può irradiarsi il rischio maggiore per l’economia internazionale. Indicarne apertamente la chiusura come leva equivale a una minaccia diretta alle rotte di petrolio e gas. Associated Press segnala che il nuovo leader iraniano ha collegato Hormuz in modo esplicito alla strategia di pressione contro i nemici, mentre il greggio è tornato sopra i 100 dollari al barile. In sintesi, Teheran fa capire che la guerra non si giocherà solo con missili e droni, ma anche colpendo il cuore del commercio energetico.

Escalation regionale: dal Golfo al Libano, crescono segnali di allargamento

Il quadro regionale conferma che la crisi ha ormai superato il semplice faccia a faccia tra Iran, Stati Uniti e Israele. Nelle stesse ore si susseguono attacchi, allarmi e prese di posizione che coinvolgono Iraq, Emirati, Kuwait, Libano e l’intero Golfo. Reuters e AP descrivono uno scenario in cui il nuovo leader iraniano punta sulle minacce alle basi americane, i Paesi dell’area cercano di contenere l’escalation e gli attori internazionali intensificano i contatti diplomatici per evitare un salto di scala. Proprio per questo il debutto pubblico di Khamenei assume un peso decisivo: non è un discorso di passaggio o di rassicurazione, ma una dichiarazione di continuità nella linea dello scontro.

Il debutto di Mojtaba Khamenei e il nuovo equilibrio: cosa cambia sul piano politico

L’elemento più significativo della giornata sta nella natura stessa del primo intervento del nuovo vertice iraniano. Invece di usare l’esordio per rafforzare l’ordine interno con toni istituzionali o per lasciare spiragli negoziali, Mojtaba Khamenei opta per la contrapposizione frontale. Questo rende più complesso un percorso diplomatico immediato e alimenta l’idea che la leadership voglia mostrare compattezza e durezza fin da subito. Sul fronte opposto, Trump risponde con un messaggio altrettanto netto, segnalando che Washington non intende ridurre la pressione. Ne deriva una crisi che entra in una fase ancora più imprevedibile, dove ogni nuovo attacco può trascinare altri Paesi nel conflitto e aumentare l’instabilità.

Italia sotto osservazione e Medio Oriente al punto di svolta

Per l’Italia, la giornata del 12 marzo 2026 è tra le più sensibili dall’inizio della guerra. Il colpo nei pressi dell’area della base di Erbil evidenzia che anche i contingenti occidentali in Iraq sono ormai esposti in modo diretto, mentre la minaccia di chiusura di Hormuz apre scenari pesanti sul piano economico, energetico e strategico. L’area mediorientale sembra arrivata a un bivio: o si riapre rapidamente uno spazio credibile di mediazione internazionale, oppure la fase inaugurata dal primo discorso di Mojtaba Khamenei rischia di spingere la guerra verso un allargamento più pericoloso.

Click to rate this post!
[Total: 0 Average: 0]
Continue Reading

Mondo

Erbil: attacco alla base italiana, nessun ferito tra i militari italiani

Published

on

By

Erbil: attacco alla base italiana, nessun ferito tra i militari italiani

Attacco base italiana Erbil Iraq

Il conflitto che da giorni sta alimentando la tensione in Medio Oriente torna a sfiorare da vicino anche l’Italia. Nelle ultime ore la base militare italiana di Camp Singara, a Erbil, nel Kurdistan iracheno, è stata raggiunta da un nuovo episodio legato all’escalation regionale che coinvolge Iraq, Iran, Israele e l’area del Golfo. In un primo momento le comunicazioni ufficiali hanno indicato un missile; successivamente, però, fonti informate hanno precisato che potrebbe essersi trattato di un drone Shahed, forse non destinato in modo mirato alla base e caduto dopo aver perso quota. Qualunque sia la natura dell’ordigno, resta evidente che l’evento rappresenta un ulteriore innalzamento del livello di rischio in un’area già estremamente instabile.

Crosetto: militari italiani illesi e procedure di protezione attivate

A fornire per primo rassicurazioni sul contingente è stato il ministro della Difesa Guido Crosetto, spiegando che non risultano né vittime né feriti tra i militari italiani presenti a Erbil. Il personale, ha riferito il ministro, era stato rapidamente trasferito nei bunker seguendo i piani d’emergenza già predisposti in caso di minaccia dal cielo. Le dichiarazioni hanno ridotto l’allarme immediato, ma non attenuano la serietà dell’accaduto: colpire un sito che ospita forze italiane in una zona strategica dell’Iraq ha infatti un significato politico e operativo rilevante.

La notte a Camp Singara: la ricostruzione del colonnello Pizzotti

A delineare una cronaca più dettagliata delle ore di tensione è stato il colonnello Stefano Pizzotti, comandante dell’Italian National Contingent a Erbil. In base al suo racconto, la base era già in preallarme per via della crisi in corso e l’allerta della coalizione sarebbe scattata intorno alle 20.30 locali. Di conseguenza, tutto il personale si è spostato nei bunker assegnati, in linea con protocolli ormai consolidati. Poco prima dell’una di notte, una nuova minaccia aerea ha colpito l’area della base, causando danni a infrastrutture e mezzi. I militari, tuttavia, erano già al riparo e questo ha evitato conseguenze più gravi. Il comandante ha ribadito che al momento dell’esplosione tutti i militari italiani erano protetti e che, nonostante la lunga permanenza nei rifugi, il morale del contingente è rimasto alto.

Impatto e verifiche: restano incertezze su origine e vettore dell’ordigno

Uno dei punti più sensibili riguarda l’attribuzione dell’attacco. Nelle prime ore si è parlato di missile, poi di drone, mentre le autorità italiane hanno mantenuto un profilo prudente, evitando valutazioni definitive. Lo stesso Pizzotti ha chiarito che la tipologia della minaccia e la sua provenienza sono ancora in fase di accertamento. Sul posto stanno operando gli artificieri della coalizione internazionale, con il compito di mettere in sicurezza l’area e permettere una stima completa dei danni. In questa fase il quadro resta quindi aperto: non è ancora chiaro se il bersaglio fosse la presenza italiana, un altro contingente nell’area aeroportuale o, più in generale, il dispositivo militare internazionale schierato a Erbil.

Tajani: condanna netta, ma cautela finché non ci sono prove

Sul piano diplomatico, il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha espresso una ferma condanna per quanto accaduto, confermando solidarietà ai militari in Iraq e ringraziandoli per il servizio. Parallelamente, la Farnesina ha scelto una linea misurata, insistendo sulla necessità di chiarire la dinamica prima di indicare responsabilità o definire l’episodio come un atto diretto contro l’Italia. Tajani ha inoltre riferito di aver contattato l’ambasciatore italiano in Iraq e di aver informato tempestivamente la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. L’impostazione dell’esecutivo appare, per ora, coerente: massima vigilanza e nessuna sottovalutazione, ma anche nessuna accelerazione nell’attribuzione senza riscontri solidi.

Erbil e Camp Singara: perché questo presidio è centrale per la missione italiana

Camp Singara non è un avamposto secondario. La base di Erbil si colloca in un punto nevralgico, tra Siria, Turchia e Iran, ed è parte del dispositivo internazionale nato per contrastare l’Isis. Nel tempo, il contingente italiano ha svolto soprattutto attività di addestramento delle truppe locali curde, su richiesta del governo iracheno e delle autorità della regione autonoma del Kurdistan. È una missione con ricadute strategiche non solo militari, ma anche diplomatiche, perché rafforza la presenza italiana in un’area cruciale per gli equilibri del Medio Oriente. Proprio per questo, l’episodio di Erbil ha un peso che va oltre i soli danni materiali registrati nella base.

Escalation regionale: un conflitto che si estende oltre i confini iniziali

L’attacco alla base italiana si colloca dentro un contesto regionale sempre più ampio e instabile. Lo scontro tra Stati Uniti, Israele e Iran è arrivato al tredicesimo giorno e, secondo le informazioni circolate nelle ultime ore, sta incidendo non solo sui territori direttamente coinvolti, ma anche su infrastrutture energetiche, traffici marittimi e assetti di sicurezza del Golfo. Nelle stesse ore in cui Erbil veniva colpita, si sono moltiplicate le segnalazioni di incendi in impianti petroliferi, attacchi con droni verso aeroporti e installazioni sensibili, bombardamenti in Iran, nuovi raid israeliani in Libano e tensioni crescenti lungo l’asse che coinvolge Iraq, Bahrein, Oman, Kuwait e lo Stretto di Hormuz. Una dinamica che evidenzia come la crisi stia assumendo una portata sempre più sistemica.

Hezbollah rilancia: “fase nuova”, missili e prospettiva di guerra prolungata

A rendere ancora più allarmante lo scenario si aggiungono dichiarazioni attribuite a una fonte politica di alto livello di Hezbollah, secondo cui il movimento filo-iraniano sarebbe entrato in “una nuova fase della guerra”, rivendicando il lancio di 150 missili nella notte verso Israele e dicendosi pronto a una “lunga guerra”. Affermazioni che confermano quanto il fronte libanese resti uno dei principali epicentri dell’escalation. Le parole di Hezbollah, insieme agli attacchi israeliani su obiettivi nel sud di Beirut e alle crescenti frizioni sul territorio libanese, rafforzano il timore concreto di un ulteriore ampliamento del teatro bellico.

Stretto di Hormuz e petrolio: la dimensione energetica della crisi

Intanto la crisi sta producendo effetti sempre più visibili anche sul versante economico ed energetico. Lo Stretto di Hormuz, passaggio determinante per una quota rilevante del commercio mondiale di petrolio, è tornato al centro delle preoccupazioni internazionali. Nelle ultime ore sono stati segnalati attacchi contro petroliere, navi commerciali e infrastrutture petrolifere, mentre il prezzo del greggio ha superato i 100 dollari al barile, alimentando timori di nuove turbolenze sui mercati. L’Iraq ha sospeso le operazioni nei terminal petroliferi dopo gli attacchi a due petroliere, mentre in Bahrein e Oman si sono verificati incendi in depositi e serbatoi di carburante. Una crisi di questa portata rischia di avere ricadute dirette non solo sul Medio Oriente, ma sull’intera economia globale.

La “Mayuree Naree” sotto attacco: rotte commerciali sempre più esposte

Tra gli eventi più gravi segnalati nelle stesse ore figura l’attacco alla nave thailandese Mayuree Naree, colpita durante il transito nell’area dello Stretto di Hormuz. In base alle informazioni disponibili, tre membri dell’equipaggio risultano dispersi e si ritiene possano essere rimasti intrappolati nella sala macchine dopo i danni riportati dall’imbarcazione. Le Guardie della Rivoluzione iraniane avrebbero motivato l’azione sostenendo che la nave avrebbe ignorato ripetuti avvertimenti. In ogni caso, l’episodio conferma che non è in gioco soltanto la sicurezza dei contingenti militari nella regione, ma anche la libertà di navigazione e la tenuta delle principali rotte commerciali internazionali.

Italia in allerta: tutela del contingente e equilibrio diplomatico

In questo scenario l’Italia deve gestire un passaggio particolarmente delicato. Da un lato c’è la priorità di proteggere il contingente in Iraq e garantire supporto ai militari in un’area sempre più instabile. Dall’altro, è necessario mantenere un equilibrio diplomatico: evitare reazioni impulsive, ma anche non minimizzare l’impatto di un attacco che ha coinvolto una struttura italiana all’estero. Le rassicurazioni del comandante Pizzotti rivolte alle famiglie e la prudenza istituzionale mostrata da Crosetto e Tajani sembrano oggi i due cardini della risposta italiana: solidità operativa sul campo e cautela politica sul piano internazionale.

Erbil come segnale: una crisi capace di ridisegnare gli equilibri mediorientali

Quanto accaduto a Erbil non va interpretato come un fatto isolato. L’attacco alla base italiana appare piuttosto come la manifestazione di una crisi in rapida espansione, che coinvolge attori statali, milizie regionali, infrastrutture energetiche, rotte marittime e interessi occidentali. In una fase in cui anche un singolo evento può innescare ricadute diplomatiche e militari rilevanti, diventa decisivo distinguere tra incidente, segnale intimidatorio o offensiva deliberata. L’Italia, come gli altri partner internazionali, segue ora gli sviluppi con la massima attenzione, consapevole che la tenuta della missione a Erbil e la sicurezza dell’area dipenderanno dall’evoluzione di una guerra che appare sempre più difficile da contenere.

Click to rate this post!
[Total: 0 Average: 0]
Continue Reading

Mondo

Milano, principio d’incendio sul tram 27: cavo elettrico caduto, evacuati i passeggeri

Published

on

By

Milano, principio d’incendio sul tram 27: cavo elettrico caduto, evacuati i passeggeri

incendio tram 27 Milano cavo elettrico

Attimi di grande tensione nella mattina dell’11 marzo a Milano: un tram della linea 27 ha avuto un principio di incendio mentre era regolarmente in servizio con alcuni passeggeri a bordo. Il fatto è avvenuto poco dopo le 9 in via Marco Bruto, nella parte est della città tra Mecenate e Forlanini, lungo una delle direttrici tranviarie che collegano il centro con l’area dell’aeroporto di Linate.

Dalle prime verifiche, l’emergenza sarebbe scaturita dalla caduta di un cavo della rete aerea di alimentazione. L’urto e il contatto con i componenti elettrici sul tetto del mezzo avrebbero innescato una fiammata con fumo visibile anche dall’esterno. Sul convoglio viaggiavano circa venti persone che, per fortuna, non hanno riportato ferite né segni di intossicazione.

Cosa hanno visto i passeggeri: rumore, fumo e evacuazione immediata

Chi era a bordo riferisce di aver percepito all’improvviso un forte colpo, come una frenata brusca. Subito dopo, l’abitacolo si sarebbe riempito di fumo e il calore interno sarebbe aumentato rapidamente, spingendo il conducente ad aprire le porte e a favorire la discesa rapida dei passeggeri.

Alcuni testimoni hanno raccontato di scintille e piccole fiamme sulla parte alta del tram, in prossimità del pantografo, il sistema che consente di captare energia dalla linea elettrica. Nel frattempo, il cavo finito a terra avrebbe continuato a sprigionare scintille sull’asfalto, motivo per cui forze dell’ordine e personale Atm hanno delimitato subito l’area per impedire avvicinamenti pericolosi.

La circolazione nella zona è stata interrotta temporaneamente e le persone presenti sono state fatte arretrare per ragioni di sicurezza.

Vigili del fuoco sul posto: spegnimento e messa in sicurezza della linea

I vigili del fuoco sono arrivati in pochi minuti con diversi mezzi di soccorso. Le squadre hanno estinto il focolaio sviluppatosi sul tetto del tram e hanno lavorato per rendere sicura la tratta elettrica interessata dal guasto.

In via precauzionale è intervenuto anche il 118, ma nessun passeggero ha avuto necessità di assistenza sanitaria. Concluse le verifiche e la messa in sicurezza dell’infrastruttura, il tram è stato agganciato a un rimorchiatore e spostato dai binari per consentire gli accertamenti tecnici.

Parallelamente, i tecnici Atm hanno operato per ripristinare il servizio sulle linee coinvolte: in particolare la 27 e la 12, tornate progressivamente alla normalità nel corso della mattinata.

Nota Atm: episodio distinto e non collegato al caso del 27 febbraio

In un comunicato ufficiale, Atm (Azienda Trasporti Milanesi) ha chiarito che quanto accaduto non è in alcun modo connesso al grave evento del 27 febbraio, quando un tram della linea 9 era deragliato in viale Vittorio Veneto causando due vittime e numerosi feriti.

Secondo la società, l’incidente di questa mattina sarebbe riconducibile unicamente al cedimento di un cavo della rete aerea, che avrebbe provocato un contatto elettrico con i dispositivi collocati sul tetto del mezzo.

Il conducente, fanno sapere da Atm, avrebbe arrestato immediatamente il tram ai primi segnali di anomalia, permettendo l’uscita ordinata dei passeggeri e contenendo gli effetti dell’accaduto.

Quattro eventi ravvicinati: torna il confronto sulla sicurezza della rete di superficie

Quanto avvenuto in via Marco Bruto è il quarto episodio che coinvolge i tram milanesi in meno di due settimane, circostanza che ha riacceso l’attenzione sulla sicurezza del trasporto pubblico di superficie nel capoluogo lombardo.

Il 27 febbraio, il deragliamento del tram 9 in area Porta Venezia aveva portato a una tragedia con due morti e oltre cinquanta feriti. Nei giorni seguenti si sono verificati altri due casi: un tram senza passeggeri uscito dai binari nei pressi della stazione Centrale e, poco dopo, un mezzo della linea 15 deragliato a Rozzano senza conseguenze per chi si trovava a bordo.

Anche se le dinamiche risultano diverse, la sequenza di episodi così ravvicinati ha alimentato preoccupazione tra cittadini e pendolari che utilizzano quotidianamente il servizio Atm.

Pressione politica: la Lega chiede un Consiglio comunale dedicato ai tram

Sul piano politico, l’episodio ha generato reazioni immediate. La Lega ha chiesto la convocazione di un Consiglio comunale straordinario per discutere della situazione di Atm e della sicurezza della rete tranviaria milanese.

Per il capogruppo leghista Alessandro Verri, questo nuovo episodio rappresenterebbe un ulteriore segnale d’allarme e renderebbe necessario chiarire in modo completo lo stato delle infrastrutture, i piani di manutenzione e le risorse destinate agli interventi sulla rete.

Dal partito è arrivata anche la richiesta di verifiche più approfondite su mezzi e impianti; inoltre è stato chiesto al sindaco Giuseppe Sala di spiegare l’organizzazione del servizio e le misure adottate per tutelare la sicurezza dei cittadini che ogni giorno si spostano con tram e autobus.

Nonostante lo spavento e l’evacuazione d’emergenza, il bilancio resta senza feriti. L’episodio, però, riporta l’attenzione sulla necessità di controlli costanti su una delle reti tranviarie più estese d’Europa, con 17 linee, circa 160 chilometri di binari e oltre cinquemila corse quotidiane.

Click to rate this post!
[Total: 0 Average: 0]
Continue Reading

Tendenza