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Guerra Ucraina

Zelensky è furioso. Raid su Kiev: morti, feriti e città al buio. Putin rilancia: “Presto nuove armi”

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Zelensky è furioso. Ma al tempo stesso si sente molto più forte perché malgrado le minacce di Vladimir Putin, i famosi missili Tomahawk sono in consegna e con quelli potrà, volendo, colpire le basi militari all’interno della Russia. Ciò che lo ha reso furioso appunto è stata la violenza finora inaudita dei bombardamenti russi contro tutte le strutture energetiche ucraine. Sono stati lanciati 450 droni e 3 missili contro tutti gli impianti energetici. Una gran parte del Paese è andato in tilt, mezza Kyiv è rimasta al buio e al freddo, ed è morto a Zaporizhzhia anche un bambino schiacciato dalle le macerie insieme ad altri 20 cittadini gravemente feriti.

Il presidente ucraino l’ha presa malissimo non tanto e non solo per la violenza dell’attacco, in sé il più massiccio di tutti i precedenti, ma perché equivale a una dichiarazione politica di chiusura totale a qualsiasi ipotesi di trattativa, o almeno di inizio di trattativa, e ha visto confermare le ultime parole più ciniche ma anche più rilassate del presidente Putin quando ha detto che “i missili Tomahawk sono dei vecchi attrezzi della guerra fredda che non fanno più paura” e che “la nostra contraerea sarà in grado di neutralizzarli”. Resta un fatto, ciascun missile americano avrà bisogno di un altro soldato americano per collegare quel missile col sistema satellitare del Pentagono: non si tratterebbe quindi più di un confronto tra russi ed ucraini, ma di un confronto tra militari russi e americani.

In realtà c’era stata già da un mese una escalation e i droni ucraini, più evoluti di quelli russi, hanno colpito anche la residua flotta di Putin sul Mar Nero. Questa corsa vede i russi in fase calante, la loro produzione di petrolio è diminuita ed è diminuito il volume di petrolio destinato alla Cina attraverso oleodotti o da imbarcare sulle Shadow Flight che da mari del Nord sfilano davanti alle coste danesi e degli altri paesi della NATO i quali adesso chiedono polizze di assicurazione per lasciar passare il petrolio di contrabbando destinato all’india, stazione di servizio che ricicla petrolio russo rivendendolo semilavorato alle singole compagnie e consentendo un guadagno per Mosca che super il quaranta per cento, più o meno quanto ne serve a Putin per mantenere in piedi l’apparato bellico.

C’è poi il piccolo giallo buffo o grottesco di Putin che avrebbe pubblicamente dichiarato che secondo lui Donald Trump meritava il premio Nobel per la pace. Battuta sferzante (visti gli ultimi sviluppi fra i due presidenti) oppure un gesto per significare che è una strada di ripartenza sempre possibile? L’America in questo momento non è solo spaccata ma la vicenda Ucraina e quella di Gaza stanno alimentano fermenti nel campo repubblicano perché cresce la nostalgia di una guerra fredda in cui alla fine l’orso russo viene messo in catene e riportato nel suo gabbione. I MAGA non vogliono una guerra guerreggiata con gli stivali sul terreno ma invece una politica forte, e che alla fine portasse vantaggi economici e non soltanto bandierine. I russi, non soltanto Putin ma anche Lavrov e tutto il contorno del ministero degli esteri, lasciano messaggi un po’ sbalorditi come a dire: questa da Trump non ce l’aspettavamo. D’altra parte ognuno ha il suo carattere e bisogna avere pazienza.

Tuttavia Putin ha ripetuto che se un missile Tomahawk, trovandosi in Ucraina, colpisce la Russia migliaia di chilometri al suo interno allora sì, a quel punto non sarebbe più una questione politica perché la nuova dottrina militare russa prevede la piena autonomia da parte dei comandanti generali dei diversi distretti i quali, senza chiedere il permesso a nessuno, quantomeno a Putin, possono aprire la loro valigetta e replicare con un’arma atomica di tipo tattico, vale a dire della potenza di quella di Hiroshima che ai nostri occhi fece il massacro più orrendo della storia. Sottotesto delle parole di Putin: “Io ho redatto una nuova dottrina militare che mi esenta dal prendere le decisioni maggiori, per cui se gli americani facessero l’errore di far partire un missile idoneo a trasportare testate nucleari, è perfettamente inutile che mi venga a telefonare per dirmi che aveva scherzato perché i miei comandanti locali, pur essendo in costante contatto con me e con Mosca possono prendere qualsiasi decisione ritengano idonea per salvaguardare l’esistenza della nazione russa”.

Il dialogo prosegue con il calendario di ciò che accade a Gaza: “Se la pace si fa, se verranno riconsegnati tutti gli ostaggi, se i cannoni taceranno”. Tutto questo ha ed avrà una forte influenza sia sulla Cina che su Taiwan. La situazione si trasforma in ogni istante perché tutti i giocatori hanno le stesse carte ma non fanno lo stesso gioco. Il lunedì dello scambio degli ostaggi è ancora lontano un centinaio di ore e sono ancora in campo tutte e varianti: la prima è la più prevedibile, ovvero che Hamas accetti di disarmarsi e andarsene in esilio, ipotesi alla quale lo Stato maggiore nascosto nel Qatar ha già detto di no. I giochi non sono fatti e la furia di Zelensky cresce come una pentola a pressione.

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Guerra Ucraina

Zelensky e il jolly delle elezioni. Gli assalti di Mosca e la data fissata per il voto dagli USA

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Volodymyr Zelensky non può permettersi fratture con la Casa Bianca. Una missione apparsa spesso molto complessa, che il presidente ucraino ha mandato avanti per tutto questo primo anno di mandato di Donald Trump e che si conferma anche ora, in una fase negoziale molto critica. Il presidente degli Stati Uniti vuole che la partita ucraina sia chiusa il prima possibile con un accordo, ma sembra sempre più incline ad assecondare le richieste del leader russo, Vladimir Putin, rispetto a quelle di Zelensky.

Così, la partita ora è anche quella dei due presidenti in guerra per capire chi la spunterà nelle logiche del capo della Casa Bianca. Se saranno gli interessi di Kyiv o quelli di Mosca. E in questa gara (fino all’anno scorso insperata per Putin) Zelensky potrebbe provare una carta fondamentale: quella delle elezioni. Una richiesta avanzata dalla Russia ma anche dall’amministrazione americana targata The Donald.

Ieri, il Financial Times ha rivelato che il presidente ucraino sarebbe pronto ad annunciare le elezioni il prossimo 24 febbraio, cioè nel quarto anniversario dell’inizio dell’invasione russa. Secondo il quotidiano finanziario, la decisione di Kyiv deriverebbe in larga parte dal pressing sempre più asfissiante di Washington, che vuole che il voto per il nuovo presidente e quello per l’eventuale referendum sull’accordo di pace si tengano entro il 15 maggio. E questa pressione, confermata anche da diversi funzionari ucraini e occidentali, implicherebbe che Zelensky accetti definitivamente l’accordo di pace paventato da Usa e Russia già entro questa primavera.

L’impressione è che Zelensky abbia pensato a questa svolta per due motivi: capitalizzare le possibilità di essere rieletto in caso di accordo di pace e fare in modo che Trump resti ai patti soprattutto sulle future garanzie di sicurezza. “Non voglio che l’Ucraina si trovi in una posizione di debolezza, in modo che nessuno possa usare l’assenza di elezioni come argomento”, aveva dichiarato Zelensky a dicembre. E lo stesso leader ucraino ieri ha confermato il proposito del governo a proseguire le trattative annunciando la partecipazione di una delegazione ucraini ai prossimi incontri trilaterali previsti per il 17 o il 18 febbraio negli Stati Uniti. Come ha spiegato lo stesso Zelensky a Bloomberg, non è ancora data per certa la partecipazione dei funzionari russi, che dovrebbero accettare un summit in terra americana. Ma intanto, la volontà del presidente ucraino di dare un seguito al trilaterale di Abu Dhabi è un altro segnale di interesse a non innervosire l’amministrazione Usa, a cui ha comunque ribadito che la proposta su un’eventuale zona economica libera in Donbass non sarà accettata.

Segnali che però devono anche fare in conti con una realtà che potrebbe rendere molto difficili sia le tempistiche date da Trump che quelle ipotizzate da Zelensky. La legge marziale proibisce lo svolgimento delle elezioni, dovendo quindi aspettare un eventuale modifica del quadro normativo da parte del parlamento di Kyiv. Inoltre, una fonte ucraina ha spiegato che “finché non ci sarà sicurezza, non ci saranno annunci”. “Se i russi uccidono persone ogni giorno, come possiamo annunciare o prendere seriamente in considerazione le elezioni nelle prossime settimane?”, ha proseguito la fonte. Anche l’Alta rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, Kaja Kallas, ha espresso le sue perplessità riguardo alle elezioni in tempo di guerra. “Non è assolutamente una buona decisione” ha detto Kallas.

E la situazione sul campo di battaglia e in tutta l’Ucraina, almeno per il momento, non sembra essere ancora idonea allo svolgimento di un voto libero e privo di rischi. I bombardamenti russi continuano a mietere vittime in molte regioni. Soltanto ieri, un drone russo ha colpito una casa nell’area di Kharkiv uccidendo un uomo di 34 anni e i suoi tre figli, due gemelli di 2 anni e la bimba di 1 anno. Una strage da cui si è salvata solo la madre, incinta e ritrovata gravemente ferita sotto le macerie.

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Tutto quello che non torna sul piano Usa. E non è poco

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E se gli elettori ucraini dicessero no? E se un altro no arrivasse dal Cremlino? Sono le due spade di Damocle sospese sul piano di pace americano che – secondo quanto rivelato dal Financial Times – dovrebbe metter fine al conflitto ucraino entro il prossimo giugno. Una scadenza che permetterebbe a Donald Trump di dedicarsi alle elezioni di Midterm sventolando il trofeo della pace raggiunta e delle promesse elettorali pienamente realizzate.

Ma le indiscrezioni del quotidiano finanziario partono da una data molto più vicina. Tutto dovrebbe iniziare il prossimo 24 febbraio, quarto anniversario di quell’Operazione Speciale con cui la Russia tentò di prendere il controllo dell’Ucraina. Quel giorno il presidente Volodymyr Zelensky dovrebbe annunciare la data del prossimo maggio in cui gli elettori ucraini saranno chiamati non solo ad accettare o respingere il piano di pace americano, ma anche decidere se confermare l’attuale presidente o eleggerne uno nuovo. L’annuncio del 24 febbraio dovrebbe venir preparato nel corso dei colloqui trilaterali che secondo Casa Bianca si svolgeranno negli Stati Uniti la prossima settimana. Già questa prima scadenza è resa quantomai incerta dal silenzio della Russia che fin qui si guarda bene dal dire se intenda trattare sul territorio americano.

Da parte sua Kiev mette in dubbio invece la scadenza del 24 febbraio. “Non ci sarà alcun annuncio di elezioni – spiegano fonti della presidenza – finché non saranno garantite condizioni di sicurezza adeguate”. E qui siamo al punto cruciale della faccenda. A oggi nessuno sa con esattezza né cosa preveda il piano di pace proposto dagli Usa, né le condizioni di sicurezza discusse da Trump e Zelensky. I russi da tempo fanno capire di voler respingere qualsiasi piano che non preveda il completo ritiro dei soldati ucraini dai 5.180 chilometri quadrati (poco meno della provincia di Roma) del Donetsk ancora sotto il loro controllo. E aggiungono di non voler alcuna task force occidentale – o tantomeno europea – sul territorio ucraino. Quindi per evitare il “niet” russo Zelensky dovrebbe non solo accettare il ritiro dal Donetsk prima di andare ad elezioni, ma anche accontentarsi di una task force e di una forza aerea posizionata ai confini del proprio Paese. Ben sapendo peraltro che la componente di terra non prevederà soldati americani, ma esclusivamente europei.

Altre perplessità riguardano la proposta Usa di istituire una zona economica libera come area cuscinetto nella regione orientale del Donbass. Una proposta che non convince né Kiev né Mosca. Quest’ultima peraltro fa sapere di non aver mai visto – né esaminato – il piano americano su cui dovrebbe confrontarsi la prossima settimana. E sottolinea che le eventuali garanzie concesse a Kiev vanno accompagnate da assicurazioni almeno equivalenti offerte a Mosca. Dietro la formula si cela una doppia richiesta. La prima è sancire l’appartenenza dell’Ucraina e di altre regioni ex sovietiche alla sfera d’influenza russa. La seconda è riconoscere la sovranità di Mosca sui territori di Crimea, Lugansk e Donetsk.

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Guerra Ucraina

Ucraina verso il voto. Ma Zelensky frena: “Servono garanzie”

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Kiev si muove tra scadenze, smentite e tensioni, cercando di conciliare urgenze interne e pressioni esterne. L’Ucraina, scrive il Financial Times e ribadisce il presidente finlandese Alexander Stubb («me l’ha detto Zelensky»), ha avviato i preparativi per elezioni presidenziali e un referendum su un accordo di pace con la Russia, sotto l’ombra della Casa Bianca. Donald Trump avrebbe fissato il 15 maggio come deadline, chiarendo che senza un’intesa complessiva, che potrebbe includere concessioni sul Donbass, le garanzie di sicurezza statunitensi rischierebbero di evaporare.

Volodymyr Zelensky però smentisce e dice che «la transizione alle elezioni potrà avvenire quando saranno in atto tutte le opportune garanzie di sicurezza». Tuttavia il Financial Times indica nel 24 febbraio, quarto anniversario dell’invasione russa, la possibile data di annuncio ufficiale. Il referendum non toccherebbe i confini, ma riguarderebbe un accordo quadro: cessate il fuoco, garanzie multilaterali e avvio di un processo negoziale. Un testo volutamente vago, abbastanza ampio da essere approvato, abbastanza ambiguo da permettere a ciascun attore di rivendicare una vittoria.

Negli Stati Uniti, il voto ucraino viene letto come un tassello della campagna elettorale: chiudere il conflitto entro l’estate significa evitare che la guerra diventi un tema centrale dei midterm di novembre. Dietro il piano elettorale si intravede un calcolo politico evidente: Zelensky punta a consolidare la rielezione e a rassicurare Washington, mentre sullo sfondo si staglia l’ombra di una possibile e insidiosa candidatura di Valerji Zaluznyj.

Per l’Alta rappresentante Kaja Kallas «tenere elezioni mentre la guerra è ancora in corso non è decisamente una buona soluzione». Il consigliere presidenziale Mychajlo Podolyak, dopo le smentite di Zelensky, avverte che serve almeno una tregua, anche per permettere la ricostruzione di un sistema elettorale devastato da milioni di sfollati e rifugiati. Il Cremlino osserva e prende tempo, invitando a non dare credito alle indiscrezioni dei media.

Le uniche certezze arrivano dal prossimo round di negoziati tra Russia, Ucraina e Usa, previsto il 17 e 18 febbraio negli Stati Uniti. Non è chiaro se Mosca accetterà di spostare l’incontro sul territorio americano. Il tema centrale sarà quello territoriale, il più esplosivo: sul tavolo c’è la proposta statunitense di creare una zona economica libera nel Donbass, pensata come cuscinetto. Zelensky ripete come un mantra «che non può concretizzarsi la pace senza pressioni di Trump su Mosca». Il Cremlino da parte sua punta al riconoscimento internazionale della sovranità russa sul Donbass in un «grande trattato», mentre Zelensky ribadisce che ogni soluzione concreta sui territori potrà arrivare solo con un faccia a faccia con Vladimir Putin. Tutto questo con Mark Rutte, segretario generale della Nato, che spinge per «reali garanzie di sicurezza» post conflitto.

Sul fronte europeo, Bruxelles rafforza l’asse finanziario: il Parlamento ha approvato d’urgenza un prestito da 90 miliardi per il biennio 2026-2027, un segnale di «sostegno incrollabile», secondo la von der Leyen. Il fronte non è compatto: Orban contesta ogni accelerazione sull’ingresso dell’Ucraina nell’Ue, evocando una minaccia alla sovranità ungherese, mentre Mosca rilancia lo scontro sugli asset congelati, su cui Lavrov promette di non cedere.

A completare il quadro, Bruxelles annuncia un’alleanza sui droni con Kiev, parte di un piano per rafforzare la sicurezza europea e integrare l’industria ucraina in partenariati pubblico-privati continentali. Il Regno Unito raddoppierà il numero di truppe in Norvegia e si unirà alla missione Nato nell’Artico per contrastare Mosca.

Intanto la guerra continua ad uccidere: nella regione di Kharkiv hanno perso la vita due bambini di un anno, una bambina di due e il loro papà. Altri due morti nel Dnipro.

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