Guerra Ucraina
Terra Ucraina
I nostri inviati Giorgio Provinciali e Alla Perdei ci mostrano il confine tra il mondo civile e le barbarie dei tagliagole russi, visibile dal punto più alto di Zaporizhzhia
Zaporizhzhia – Secondo le tesi rasciste, quello da cui scriviamo sarebbe il capoluogo d’una delle quattro oblast’ dell’Ucraina che sarebbero state “salvate” dai russi, annettendole. Assunto largamente ripreso da quelle sedicenti “associazioni culturali” che in questi giorni stanno promuovendo in tour per le città italiane deliranti eventi propagandistici russi per intaccare l’opinione pubblica con fantasiose narrazioni che non hanno nulla a che spartire con la realtà. Come fatto nei luoghi martoriati del Donbas, al nostro ingresso in città decidiamo di registrare tutto, perché un giorno qualcuno potrebbe dire che ciò che state per leggere è frutto della nostra immaginazione. «Запоріжжя це Україна» (Zaporizhzhia è Ucraina). Scritto a caratteri cubitali gialli e azzurri lungo il perimetro di un’enorme rotatoria posta in entrata verso il centro abitato, questo messaggio prelude a un tripudio d’ucrainità: ogni fermata dell’autobus è un’opera d’arte dipinta a mano riprendendo elementi folkloristici tipicamente ucraini e tutti i guardavia di metallo lungo le strade principali presentano ogni metro il simbolo del Trizub (il tridente ucraino).
Percorrendo Nezalezhnyj Ukrainy Street (grande arteria centrale dedicata all’indipendenza dell’Ucraina) e Sobornyj Avenue si assiste a un trionfo di striscioni e bandiere giallazzurre, tanto da somigliare alle gradinate d’uno stadio prima d’un grande evento calcistico. «Україна Переможи!» (l’Ucraina vincerà!), «Слава Україні!» (onore all’Ucraina), «Героям слава» (onore agli Eroi!) e decine d’esortazioni a resistere accompagnano metro dopo metro verso il palazzo comunale, che è illuminato in tutta la sua imponenza di giallo e azzurro tanto da rischiarare tutti gli elementi architettonici circostanti. Poco oltre, verso la via più frequentata e ricca di negozi un enorme arco illuminato degli stessi colori copre in tutta la sua interezza un’area pedonale larga almeno sessanta metri ricordando a chiare lettere che «Zaporizhzhia è la culla della statualità ucraina».
Alcune facciate dei palazzi sono annerite dai colpi sparati dai russi e non di rado capita d’imbattersi in cumuli di macerie o infrastrutture danneggiate. Fra queste, sul lungofiume che segue il corso del Dnipro, notiamo un enorme hotel completamente distrutto. Avvicinandoci, il custode spiega d’essere uno dei sopravvissuti a quella tragedia. Nelle ore che precedettero l’occupazione russa della centrale nucleare d’Enerhodar centinaia di civili cercarono riparo in quel luogo dalla furia omicida russa, rimanendo poi intrappolati sotto le macerie.
Per delineare visivamente il confine tra il mondo civile descritto sopra e la barbarie dei tagliagole che presidiano tuttora i territori occupati siamo saliti sull’edificio più alto della città per effettuare alcune riprese, al seguito d’uno degl’ingegneri che progettarono quella mastodontica struttura.
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Mostrandoci il bacino idrico ormai in larga parte prosciugato a seguito dell’attacco terroristico russo che provocò il collasso della diga di Nova Kakhovka e l’esondazione del Dnipro, Serhii racconta d’essersi arruolato a difesa di Mariupol’: «fui sergente capo del plotone d’artiglieria missilistica antiaerea 107 Bat. 107 Brigata TRo Mariupol’, quando gli orchi assediarono la nostra città. Torneremo a liberarla, puoi giurarci». Da quella posizione privilegiata notiamo sventolare sul tetto d’ogni palazzo di Zaporizhzhia una bandiera giallazzura o una rossonera. La strada che conduce verso i territori liberati nella seconda controffensiva è sovrastata da striscioni degli stessi colori. La percorriamo, finché all’ingresso di Orikhiv, un grande vessillo ucraino ci ricorda che «Токмак це Україна» (Tokmak è Ucraina). Non riusciamo a fotografarlo senza includere il brillamento di un’esplosione sullo sfondo.
Di Giorgio Provinciali e Alla Perdei
L’articolo Terra Ucraina proviene da La Ragione.
Guerra Ucraina
L’avanzata russa si è fermata. Ora inizia a perdere terreno
Il fronte torna a muoversi, ma non come voleva il Cremlino. Per circa quattro anni la guerra in Ucraina è stata raccontata con la stessa immagine: una linea del fronte quasi immobile, erosa lentamente da un’avanzata russa fatta di villaggi conquistati metro dopo metro e pagata con perdite umane enormi. A febbraio 2026, per la prima volta, quella dinamica si è incrinata. Secondo diverse analisi di intelligence, nel mese di febbraio la Russia ha registrato un saldo territoriale negativo: circa 37km quadrati persi complessivamente, il peggior risultato dalla fine del 2023. Non si tratta di un crollo del fronte, ma è un segnale strategico rilevante: la lunga offensiva di logoramento, basata sull’idea di accettare perdite molto elevate in cambio di avanzate graduali, inizia a mostrare limiti evidenti.
Nelle ultime due settimane la dinamica è cambiata in modo ancora più chiaro. Tra il 14 e il 20 febbraio le forze ucraine avrebbero guadagnato circa 33km quadrati, mentre tra il 21 e il 27 febbraio il saldo positivo sarebbe salito a 57. Dall’inizio del 2026 Kiev sostiene di aver riconquistato fino a 460km quadrati.
Le divergenze derivano soprattutto dalla natura stessa della guerra. La linea del fronte, lunga oltre mille chilometri, è ormai frammentata e porosa: molte posizioni vengono occupate temporaneamente da piccoli gruppi d’assalto, droni o unità leggere. Stabilire chi controlli ogni settore è spesso difficile. Nonostante queste incertezze metodologiche, il dato strategico appare chiaro: la pressione offensiva russa non produce più risultati coerenti.
Dal 2023 Mosca ha perseguito una strategia semplice e brutale: mantenere l’iniziativa tattica lungo quasi tutto il fronte, accettando tassi di perdite altissimi pur di continuare ad avanzare. Per mesi questo modello ha funzionato. Le forze russe hanno conquistato lentamente villaggi e posizioni fortificate nel Donbass, avanzando chilometro dopo chilometro. Il prezzo, però, è stato enorme. Diverse stime occidentali indicano che le perdite complessive russe abbiano superato 1,25 milioni tra morti e feriti. Un modello di guerra di questo tipo può funzionare solo finché l’avanzata, per quanto minima, rimane costante. Quando il fronte rallenta, il rapporto tra costi e benefici peggiora rapidamente.
Secondo Zelensky, i piani di Mosca per il periodo 2025-2027 prevedono obiettivi ambiziosi: completare la conquista di Donetsk e Luhansk, avanzare ulteriormente negli oblast di Zaporizhzhia e Kherson e arrivare perfino alla regione di Odessa. Obiettivi militarmente irraggiungibili nel breve periodo. La guerra è già segnata da una lunga serie di scadenze russe mancate: la presa di Kiev prevista in pochi giorni nel febbraio 2022, la promessa di conquistare l’intero Donbass entro il 2023, le successive previsioni sulla caduta completa della regione di Donetsk. Un altro elemento chiave è il fallimento della campagna di bombardamenti contro le infrastrutture energetiche ucraine. I raid tra fine 2025 e inverno 2026 hanno causato danni, ma non interrotto il funzionamento della rete: Kiev resta operativa e il sistema energetico non è stato spezzato. Nel frattempo l’industria della difesa ucraina è cresciuta rapidamente: la produzione militare è oggi cinquanta volte superiore rispetto al 2022, con un valore di 50 miliardi di dollari.
Sul campo di battaglia la guerra tecnologica sta cambiando gli equilibri. I droni, i sensori intelligenti e i sistemi di guerra elettronica dominano ormai molte operazioni tattiche. L’Ucraina ha costruito una delle architetture anti-drone più sofisticate d’Europa e sostiene di aver intercettato oltre 44mila Shahed dall’inizio dell’invasione. Questa esperienza operativa sta diventando anche uno strumento diplomatico: Kiev ha iniziato a proporre la condivisione di tecnologie anti-drone con alcuni paesi del Golfo in cambio di sostegno politico agli sforzi per un cessate il fuoco. Tutto questo non significa che la guerra stia per finire. La Russia punta a proseguirla almeno fino alle elezioni della Duma 2026, trasformando il conflitto in uno strumento politico e preparandosi a una lunga strategia di logoramento.
Guerra Ucraina
Insegnare in Ucraina in tempo di guerra: diario da Leopoli
A partire dal 2019 sono stato presente come studioso e filosofo in Ucraina in numerosi viaggi nel tempo, per 7 anni. In questo periodo, dal 2022 ho avuto modo di essere presente nel drammatico teatro degli eventi di una guerra che drammaticamente ha stravolto la storia dell’Europa dell’Est e più in generale dell’Europa. Il 24 febbraio del 2022 ero a Sambir nell’oblast occidentale di Lviv quando sono stato svegliato nottetempo dalla notizia dell’inizio della guerra e quando ho visto aerei da combattimento sfrecciare sopra il centro abitato.
In seguito è divenuto frequente vedere elicotteri militari e aerei militari passare sopra le campagne come sulle città e ultimamente ben due volte nell’agosto 2025 e in precedenza ho passato notti insonni in luoghi che non hanno bunker o rifugi ascoltando il brusco e ininterrotto passaggio di centinaia (in quel caso circa 500) tra missili e droni di attacco russi, il tutto a 60 km di distanza stradale e a 18 km in linea retta dai confini polacchi e dunque europei.
Il rumore assordante dei droni e missili si è unito alle esplosioni in lontananza a Drohobich in un’altra occasione. Un anno prima nel 2024 ho udito il boato del tragico schianto di un F16 in addestramento nell’oblast di Lviv. Altre volte ho visto nel tempo in luoghi pubblici ove facevo jogging gli addestramenti militari: ho visto il coraggio ammirevole e forse temerario, certo degno di rispetto e pieno di dignità di quei tanti, ne ho visti centinaia negli anni, ragazzi di venti anni, donne e uomini, spesso neolaureati, impegnati a difendere la loro patria, in quella che è per gli ucraini e in Europa non lo si dice mai, una guerra di indipendenza, come lo furono per l’Italia nel Risorgimento le guerre d’indipendenza dall’impero Asburgico. All’epoca paradossalmente Lviv era parte dell’impero austriaco, dal lato opposto dell’Europa continentale, a proposito di corsi e ricorsi storici vichiani.
Dal lato umano l’esperienza in ucraina, anche come filosofo, mi ha insegnato l’inutilità di grado assoluto dell’uso delle guerre nel XXI secolo: le guerre dovrebbero appartenere al passato, non al presente o al futuro, la pace è un bene universale, inalienabile, di grado assoluto, è laicamente sacra e patrimonio immateriale condiviso dell’umanità, garantita dal diritto internazionale e dalla dichiarazione universale dei Diritti Umani e dallo status fondativo delle Nazioni Unite, nate dopo la Seconda Guerra Mondiale come istituzione garante della pace internazionale, la pace consente il buon funzionamento dell’economia, del commercio della finanza, la libera circolazione delle idee e dei diritti, promuove l’evoluzione della civiltà nella specie umana.
La guerra in Ucraina come in Iran segna la sconfitta della pace e il trionfo dell’odio di tutti contro tutti, l’esatto opposto del dialogo e del rispetto e della federazione pacifica fra le nazioni, oggi Onu che come insegnano Habermas oggi e Kant ieri, è dialogo che produce pace e crescita economica globale. La guerra globalizzata sta ora sostituendo la crescita economica globale con effetti a cascata nefasti. Ho cominciato a insegnare in Ucraina in tempo di guerra, nel 2024, dapprima con una lecture di etica dell’economia e di politica internazionale in inglese in aprile 2024, fatta come filosofo e esperto di politica internazionale al Politecnico di Lviv, nel dipartimento di Economia teoretica, da guest professor, dell’università ucraina, la seconda del paese dopo Kiev.
Poi nel 2025, fra ottobre e novembre ho proseguito con il dipartimento di Linguistica, con un ciclo di cinque lectures di Italian Culture: letteratura e poesia, storia, musica, scienza e matematica, economia, proponendo come gesto concreto di pace un’analisi, filosofica appunto, deĺla cultura italiana, in confronto con quella Ucraina e dell’est Europa. Infine nel 2026 sto svolgendo con il Politecnico universitario di Lviv da febbraio a marzo un ciclo in inglese di 5 lectures lezioni sull’attuale Cultura Italiana: scienza e ingegneria, storia contemporanea, economia, filosofia e semiotica, e teatro contemporaneo.
Gli studenti universitari ucraini, ragazze e ragazzi mi sono apparsi tutti saggi, pacifici, ragionevoli e razionali, nonostante la guerra e le sofferenze indicibili vissute: alcuni nel 2024 provenivano dalle università chiuse per la guerra o da zone di guerra, come Kharkiv e Zaporizhzhia. Sono studenti che parlano un ottimo inglese, alcuni studiano italiano e appunto cultura italiana presso il Politecnico, in un corso ad hoc di lingua italiana fatto da docenti ucraini. Gli studenti sono interessati alla storia e alla cultura italiane e dimostrano una buona preparazione. Questi giovani ricostruiranno l’Ucraina, integrata in Europa, dopo la guerra e meritano dunque stima e fiducia incondizionati. Sono gli Europei del futuro in un’Europa di Pace.
L’articolo Insegnare in Ucraina in tempo di guerra: diario da Leopoli proviene da Il Riformista.
Guerra Ucraina
Scontro aperto Zelensky-Orbán. Tra petrolio e aiuti “7 ucraini ostaggi”
Le parole, in diplomazia, pesano come pietre. E quando smettono di essere levigate dal linguaggio prudente delle cancellerie, spesso rivelano crepe già profonde. È accaduto anche questa volta: una frase pronunciata con rabbia ha trasformato una tensione latente in una crisi aperta tra Kiev e Budapest. La scintilla è scoccata quando il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha lasciato intendere che dietro l’ostacolo al prestito europeo da 90 miliardi di euro destinato all’Ucraina potesse esserci “una sola persona”. Un’allusione fin troppo trasparente al premier ungherese Viktor Orbán. Zelensky ha poi aggiunto, con un tono che ha fatto saltare ogni residua cautela diplomatica, che se necessario avrebbe potuto fornire alle forze armate ucraine l’indirizzo dell’interlocutore “affinché ci parlassero a modo loro”.
Alla radice del conflitto c’è un nodo antico quanto la guerra stessa: l’energia. L’Ucraina controlla infatti tratti cruciali delle infrastrutture che portano il petrolio russo verso l’Europa centrale, in particolare il ramo dell’oleodotto Druzhba. Budapest accusa Kiev di aver rallentato o addirittura bloccato il flusso, mettendo a rischio le forniture ungheresi. Orbán ha risposto con una minaccia esplicita: sospendere ulteriori forniture energetiche e logistiche all’Ucraina, che a suo dire starebbe anche influenzando la campagna elettorale in vista delle parlamentari del 12 aprile. Il ministro dell’Energia Gábor Csepek ha concesso a Kiev tre giorni per ripristinare il transito del petrolio russo o consentire a una squadra di ispettori di entrare nel Paese per verificare lo stato del gasdotto. Dall’11 marzo, inoltre, la compagnia ungherese Mol Group avvierà test di capacità sull’oleodotto Adria, che collega la Croazia all’Ungheria e potrebbe diventare una via alternativa strategica per Budapest. Le prove dureranno dieci mesi sotto monitoraggio internazionale.
La tensione energetica ha assunto anche contorni giudiziari. Budapest ha annunciato l’arresto di sette cittadini ucraini, dipendenti della banca statale Oschadbank, fermati mentre trasportavano ingenti quantità di denaro contante attraverso il territorio ungherese. Ieri sera i sette sono stati rilasciati, ma le autorità hanno comunque aperto un’indagine per riciclaggio e parlano della possibilità che il denaro sia collegato alla “mafia di guerra” ucraina. Kiev respinge le accuse, consigliando ai propri cittadini di non recarsi in Ungheria e convocando l’incaricato d’affari magiaro nella capitale per chiarimenti.
A Bruxelles la disputa è osservata con inquietudine. L’Ucraina resta il principale beneficiario dell’assistenza nella guerra contro la Russia, ma l’Ungheria è nell’Ue e il suo voto pesa nei delicati equilibri decisionali. Nel frattempo, a Mosca, la vicenda viene seguita con sarcasmo. Il portavoce del Cremlino Peskov suggerisce che i Paesi europei dovrebbero addirittura applicare l’articolo 5 della Nato per difendere Budapest dalle minacce di Kiev. L’ironia è palese: l’articolo 5 prevede la difesa collettiva in caso di aggressione contro uno Stato membro dell’Alleanza. Evocarlo serve soprattutto a ribadire il messaggio che Mosca ripete da tempo: l’unità occidentale sulla guerra in Ucraina è molto più fragile di quanto appaia.
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