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Guerra Ucraina

Putin risponde alla call USA-Ucraina con una pioggia di missili e droni

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Per l’Ucraina, il “day after” della telefonata tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky è stato segnato, come ormai da quattro lunghi anni, dai bombardamenti russi. Mosca ha lanciato oltre 400 droni e decine di missili, di cui 11 balistici. E i raid hanno colpito edifici residenziali e infrastrutture energetiche da Kyiv fino a Zaporizhzhya. In molte zone del Paese sono stati registrati feriti dovuti alle esplosioni, tra cui un bambino. E negli oblast di Dnipropetrovsk, Odessa, Donetsk, Zaporizhzhya, Poltava e Kharkiv molte aree sono rimaste senza luce, acqua e riscaldamenti.

La risposta del Cremlino alla telefonata tra Kyiv e Washington è stata quindi chiara. Così come è evidente il messaggio di questi attacchi giunti a poche ore dal vertice a Ginevra tra delegati statunitensi e ucraini. Nella città svizzera, crocevia dell’attuale agenda diplomatica di Trump, gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner hanno visto l’inviato di Zelensky, Rustem Umerov, accompagnato da Davyd Arakhamia, Oleksii Sobolev e Daryna Marchak. E l’obiettivo dell’incontro è stato triplice. Da un lato, i delegati ucraini e quelli statunitensi hanno discusso del cosiddetto “Pacchetto Prosperità”, cioè quell’insieme di misure che serviranno all’Ucraina per essere ricostruita e per far ripartire un’economia paralizzata da quattro anni di invasione.

La Banca mondiale ha già fornito una stima degli investimenti che serviranno a Kyiv: oltre 800 miliardi di dollari. Ma per l’Ucraina sarà importante non solo ricostruire, ma anche attrarre nuovamente investimenti. Un secondo obiettivo del vertice lo ha annunciato poi lo stesso Umerov, cioè riprendere il discorso legato ai corridoi umanitari e agli scambi di prigionieri. “Contiamo su risultati concreti per quanto riguarda il ritorno dei nostri cittadini”, ha detto il delegato ucraino. Ma questo passaggio serve anche a realizzare il terzo scopo del summit a Ginevra, cioè preparare il terreno in vista del prossimo round di colloqui trilaterali tra Russia, Ucraina e Stati Uniti.

Ieri, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha ringraziato la Casa Bianca “per i continui sforzi” sulla strada della soluzione diplomatica e ha anche detto un vertice tra Vladimir Putin e Zelensky (auspicato ieri dallo stesso presidente ucraino) potrà essere realizzato solo per finalizzare il negoziato. Tuttavia, l’alto funzionario russo ha anche ribadito che la posizione di Mosca sul conflitto “rimane invariata” e che non esistono “scadenze” ma “obiettivi” da raggiungere. Peskov ha anche parlato di nuovo del tema “nucleare” e del rischio di un coinvolgimento della Bielorussia. E queste parole servono a Putin per evitare la frattura con Trump, ma allo stesso per dimostrare che non ha interesse a scendere compromessi.

Nella logica del presidente russo, alimentare la frustrazione di The Donald sul negoziato potrebbe aiutare a spostare la pressione americana su Zelensky. E proprio per questo, da Kyiv continuano ad arrivare segnali per cercare di rafforzare il rapporto con gli Stati Uniti e con tutto l’Occidente. Ieri, il presidente ucraino ha anche sentito al telefono il suo omologo israeliano, Isaac Herzog, che ha espresso la solidarietà dello Stato ebraico a Kyiv. E la nota della presidenza israeliana ha tenuto anche a precisare che nella conversazione sono stati ricordati “i significativi sforzi internazionali guidati dal presidente Trump per porre fine alla guerra”.

Zelensky, dal canto suo, ha confermato la sinergia con Israele contro l’Iran, alleato della Russia e fornitore a Mosca dei droni Shahed. E questo certifica ancora una volta la complessità delle dinamiche belliche che prendono un arco che val Mar Nero al Golfo Persico. Un arco di tensione sempre più esteso per il quale Zelensky ha bisogno di un ruolo più rilevante dell’Europa. L’Ue e Volenterosi continuano a essere al fianco di Kyiv. Ma ieri il premier ungherese Viktor Orban è stato di nuovo chiaro: senza la riapertura dell’oleodotto Druzhba (che porta il greggio russo a Budapest attraverso l’Ucraina) non ci sarà alcuno sblocco degli aiuti militari e del prestito europeo.

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Guerra Ucraina

Guerra Russia-Ucraina, i network delle reti criminali: riciclaggi, società schermo e traffico di minori

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La guerra in Ucraina è il laboratorio più evidente di guerra ibrida nel XXI secolo. Missili e droni convivono con sanzioni, propaganda, cyber-attacchi e operazioni clandestine. In questo mosaico, le reti della criminalità organizzata russa sono un vero moltiplicatore di potenza. Nate nel caos post-sovietico degli anni ’90, queste strutture si sono evolute da cartelli orientati al profitto a strumenti integrati in una più ampia architettura di potere.

Nel conflitto, tali reti operano come canali paralleli per aggirare le sanzioni, movimentare capitali, acquisire beni a duplice uso e sostenere operazioni non ufficiali. Sabotaggi, interferenze informatiche e campagne di influenza possono essere attribuiti a soggetti opachi, riducendo il costo diplomatico diretto. Per l’Europa, questo significa confrontarsi non solo con uno Stato aggressore, ma con un ecosistema transnazionale capace di infiltrarsi nei mercati e destabilizzare infrastrutture. Il cuore della questione è finanziario. Le reti criminali garantiscono circuiti di riciclaggio, triangolazioni commerciali e società schermo che permettono di mantenere flussi economici vitali nonostante le restrizioni occidentali. Questi network agiscono anche come proxy destabilizzanti nei Paesi che sostengono Kyiv. Non necessariamente con azioni eclatanti, ma attraverso pressioni diffuse: interferenze nei sistemi informativi, infiltrazioni in segmenti della supply chain, operazioni opache nei mercati energetici e immobiliari.

In una prospettiva liberale ed europeista, la risposta non può essere solo securitaria. Serve un rafforzamento della cooperazione giudiziaria e finanziaria europea. Difendere l’Ucraina significa anche proteggere lo stato di diritto dentro l’Unione, senza scivolare in logiche emergenziali permanenti. Il rischio, nello scenario peggiore, è che la fusione tra Stato e criminalità diventi strutturale e che la guerra ibrida si trasformi in un conflitto prolungato a bassa intensità, in cui il confine tra economia legale e illegale si fa sempre più labile. Il conflitto ha aperto poi un fronte ancora più sensibile: il trasferimento di minori ucraini verso territori sotto controllo russo o verso la Federazione Russa. Secondo le autorità di Kyiv, si tratterebbe di circa 20.000 bambini. Nel marzo 2023, la Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto per il crimine di guerra di deportazione e trasferimento illegale di minori da territori occupati. Non è una sentenza definitiva, ma il riconoscimento della presenza di elementi sufficienti per procedere. In alcune ricostruzioni, se dimostrata la sistematicità, tali condotte potrebbero integrare anche crimini contro l’umanità.

In uno scenario positivo, la pressione diplomatica e strumenti tecnici – inclusi meccanismi di identificazione e mediazione di Paesi terzi – potrebbero favorire restituzioni progressive e verificabili. Nello scenario peggiore, il tempo consoliderebbe il fatto compiuto. Inserimenti in famiglie, modifiche dello status personale e percorsi di integrazione renderebbero sempre più difficile il ritorno. L’opacità informativa aumenterebbe i costi di tracciamento, trasformando la contestazione internazionale in un gesto simbolico. Per l’Europa, la lezione è duplice. La guerra ibrida richiede strumenti integrati – finanziari, giudiziari, diplomatici – capaci di colpire il nesso tra Stato e criminalità. E la difesa dell’ordine internazionale non è astratta, ma una concreta tutela di persone e diritti. Sostenere l’Ucraina significa difendere un principio fondamentale: che la forza non possa riscrivere le regole.

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Guerra Ucraina

Washington spinge, l’Ue in cortocircuito: militari in Ucraina solo con l’ok di Putin

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C’è un paradosso che aleggia sui negoziati di Ginevra: per fermare Putin, l’Occidente sembra aver bisogno del suo permesso. L’indiscrezione pubblicata dal Telegraph ha il sapore della resa preventiva: un numero crescente di Paesi della «Coalizione dei Volenterosi» sarebbe disposto a schierare truppe di peacekeeping solo con l’assenso di Mosca. In altre parole, la forza nata per dissuadere il Cremlino da nuove offensive avrebbe bisogno del via libera dello stesso leader che dovrebbe contenere. Il cortocircuito è evidente e politicamente devastante.

In parallelo, Donald Trump ha parlato con Zelensky, che intanto incassa la solidarietà di Israele, ribadendo l’obiettivo: chiudere la guerra, e farlo in fretta. Il tono è netto, la linea politica pure: accelerare. Ma il segretario di Stato Rubio avverte che la pazienza della Casa Bianca «ha un limite». Washington vuole un accordo. Entro il 4 luglio, assicurano fonti vicine al tycoon. Una data tutt’altro che casuale per l’America.

A Mosca, però, non c’è tutta questa fretta. Ad agosto, ad Anchorage, russi e americani avrebbero abbozzato un’intesa di principio sul Donbass: sotto controllo russo dentro un accordo complessivo. Un compromesso territoriale mai formalizzato, ma sufficiente a cambiare la logica del negoziato. Il Cremlino non tratta per resistere: tratta per consolidare. L’unica concessione fin qui accettata è lo scambio delle salme: mille corpi restituiti a Kiev in cambio di trentacinque rientrati in Russia.

Sul fronte di Ginevra il negoziato si è mosso su tre tavoli. Il primo, bilaterale Usa-Ucraina: per Washington Witkoff e Kushner, per Kiev Umerov. Il secondo, passaggio preparatorio verso un trilaterale con Mosca. Il terzo, faccia a faccia tra gli americani e l’inviato del Cremlino Dmitriev, anche sul dossier delle pressioni Usa contro il colosso petrolifero Lukoil. Nessun commento ufficiale sui risultati da parte di Dmitriev. Il prossimo summit, lo svela Zelensky in serata, avrà luogo ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi, nei primi giorni di marzo, e vedrà la partecipazione dei tre attori. Ma la dinamica resta asimmetrica: Washington vuole chiudere, Kiev pretende garanzie, Mosca consolida. «Con il team economico elaboreremo un pacchetto per la prosperità e la ripresa dell’Ucraina», ha rivelato Witkoff, dicendosi «fermamente convinto» della possibilità di un faccia a faccia tra Zelensky e Putin: «Sarebbe il passo più significativo verso la soluzione». Prima, però, serve un cessate il fuoco garantito. Da Mosca, il ministro degli Esteri Lavrov assicura che su un vertice a due non ci sono ostacoli, ma neppure scadenze imposte. La portavoce Maria Zakharova liquida un possibile coinvolgimento dell’Europa con sarcasmo: «Stiano sotto il tavolo, nessuno li ha invitati. L’Ue è un collettivo di pazzi».

E proprio Bruxelles appare divisa: tra chi evoca missioni di peacekeeping e chi frena sulla spesa militare. La Commissione prepara nuove strette energetiche, mentre Budapest si mostra possibilista sui 90 miliardi per Kiev e propone una missione di verifica sull’oleodotto. Il 15 aprile l’esecutivo Ue presenterà la proposta per lo stop definitivo al petrolio di Mosca.

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Guerra Ucraina

Ucraina, il rebus infinito. Zelensky chiama Trump

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Una telefonata può allungare la vita. In questo caso, a Kiev si spera che la mezz’ora di colloquio tra Zelensky e Trump riesca almeno ad accorciare l’agonia dell’Ucraina. Trenta minuti che hanno messo a fuoco, per stessa ammissione del leader di Kiev, i punti negoziali destinati a essere discussi oggi a Ginevra, dove si incontreranno Umerov e gli inviati Usa Witkoff e Kushner. Sul tavolo il cosiddetto “pacchetto di prosperità”, l’architettura economica che dovrebbe sostenere la ricostruzione post-bellica. Non solo investimenti e garanzie finanziarie, ma anche l’ipotesi di un nuovo formato trilaterale con la Russia da avviare all’inizio di marzo: un tentativo di riportare Mosca dentro uno schema negoziale strutturato, dopo mesi di schermaglie inconcludenti.

Zelensky, forte del confronto con Trump, tiene la linea: negoziare è necessario, ma non a qualsiasi costo. La linea rossa resta il Donbass. Il Cremlino ne pretende l’annessione, Kiev respinge ogni ipotesi di cessione territoriale. È il nodo che ha paralizzato i precedenti tentativi di intesa e che continua a pesare come un macigno sulla prospettiva di un accordo, anche dopo la telefonata tra i leader. Trump rivendica di aver “risolto otto guerre” e di lavorare alla nona. Il tycoon ostenta fiducia, ma l’ottimismo della Casa Bianca si scontra con una realtà geopolitica rigida: né Kiev né Mosca sembrano pronte a concessioni territoriali. E mentre a Washington si parla di finestre di opportunità, a Mosca il linguaggio si fa più tagliente. Il portavoce del Cremlino Peskov, invita Francia e Regno Unito a evitare il trasferimento di capacità nucleari a Kiev e alza l’asticella sulle condizioni di un vertice: “Ci sarà solo per firmare un accordo”. Poi l’affondo, con tono ambiguo: se Zelensky vuole venire a Mosca, “l’invito è sempre valido”. Un messaggio che sa di pressione diplomatica e propaganda insieme.

Sul fronte europeo Costa e von der Leyen confermano che il prestito da 90 miliardi di euro per il biennio 2026-2027 sarà erogato a Kiev “in un modo o nell’altro”. Un sostegno destinato a garantire stabilità macroeconomica e copertura delle spese militari, mentre l’unità dei Ventisette è messa alla prova. A incrinarla è il doppio veto dell’Ungheria. Orban chiede il ripristino delle forniture di petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba, accusando Bruxelles e Zelensky di aver stretto “un patto per continuare la guerra”. Berlino e la Commissione parlano di “linea rossa”, mentre tra le capitali cresce l’insofferenza. Kiev ha già fatto sapere che “gli ultimatum sono inaccettabili”. Bruxelles studia soluzioni giuridiche alternative e ricorda che il fabbisogno di Ungheria e Slovacchia può essere coperto da rotte energetiche dalla Croazia. I sostegni, dunque, sono concreti, compreso il decreto diventato legge in Italia dopo il voto di fiducia al Senato.

Meno immediata è la prospettiva dell’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Bruxelles riconosce il merito politico di un Paese sotto assedio, ma sullo sfondo pesa il nodo della corruzione: nelle ultime ore sono stati arrestati per appropriazione indebita il comandante logistico dell’Aeronautica e il capo degli 007 di Zhytomyr.

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