Guerra Ucraina
La partita nucleare Mosca-Washington: “Riscrivere l’intesa”
La brutta notizia è che ieri è ufficialmente scaduto il New START, il trattato che nelle sue varie forme dal 1972 (lo firmarono Richard Nixon e Leonid Brezhnev a Mosca) ha limitato il numero di testate nucleari che Stati Uniti e Unione Sovietica (e in seguito la Russia) possono impiegare su sottomarini, missili balistici intercontinentali e bombardieri, con importanti meccanismi di trasparenza reciproca. La buona notizia, secondo uno scoop di Axios, è che i negoziatori americani e russi, a margine dei colloqui sull’Ucraina a Abu Dhabi, starebbero per concordare una proroga del trattato. “Abbiamo concordato con la Russia di agire in buona fede e di avviare una discussione sulle modalità con cui l’accordo potrebbe essere aggiornato”, ha riferito un funzionario statunitense.
Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato che la Russia è “pronta al dialogo con gli Stati Uniti sulla limitazione delle armi strategiche offensive, a condizione che Washington risponda in modo costruttivo”. Nulla è ancora certo e l’eventuale accordo dovrà essere approvato da Donald Trump e Vladimir Putin. Anche se legalmente non vincolante, perché il trattato non è prorogabile (ne servirebbe uno nuovo), l’accordo indicherebbe comunque una volontà di dialogo delle due superpotenze nucleari. E tuttavia, il presidente Usa sembra già smentire questa possibilità. “Invece di prorogare il trattato New START (un accordo mal negoziato dagli Stati Uniti che, tra l’altro, viene gravemente violato), dovremmo incaricare i nostri esperti in materia nucleare di elaborare un nuovo trattato, migliorato e modernizzato, che possa durare a lungo nel futuro”, ha scritto su Truth.
È una conferma della non risposta che finora Trump ha dato alle aperture russe. Nel vertice in Alaska dello scorso anno, con una mossa tatticamente efficace nel segno del disgelo tra Mosca e Washington, Putin aveva già offerto un’estensione “informale” del New START. Ma ancora di recente, in un’intervista al New York Times, di fronte alla prospettiva della scadenza del trattato, il presidente Usa ha commentato: “Se scade, scade. Ne faremo uno migliore”.
Come è stato riconosciuto anche dagli esperti in materia, qualsiasi nuovo trattato, senza l’inclusione della Cina e di un aggiornamento alle nuove armi che Pechino e Mosca stanno sviluppando, nascerebbe già obsoleto. Il rapporto annuale del Pentagono sulla potenza militare cinese menziona 600 testate nucleari, destinate a superare le 1.000 entro il 2030. Attualmente, la Russia dispone di 4.309 testate nucleari e gli Usa di 3.700. Per questo Pechino, nella sua rincorsa, non è affatto interessata a trattare. “Non parteciperemo ai negoziati sul disarmi nucleare in questa fase”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lin Jian. Il problema posto da Trump è reale. “Non si negozierebbe di nuovo lo stesso trattato”, ha dichiarato Rafael Grossi, il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), in un’intervista al New York Times. “Esistono nuove tecnologie che non sono contemplate dal trattato: missili ipersonici, armi nucleari sottomarine, armi spaziali. E ci sono molti altri Paesi che, per un motivo o per l’altro, ora ritengono di avere bisogno di un proprio arsenale nucleare”.
Guerra Ucraina
Il pragmatismo di Kyiv (trattare, adattarsi, resistere) e la solita retorica europea
Mentre l’attenzione del mondo torna a concentrarsi sul Medio Oriente e sull’escalation con l’Iran, una decisione apparentemente tecnica del Dipartimento del Tesoro americano ricorda quanto la geopolitica reale sia distante dal linguaggio della politica europea. Il 5 marzo Washington ha autorizzato temporaneamente la vendita di petrolio russo verso l’India per carichi già imbarcati. Una deroga limitata alle sanzioni, ma anche il segno di una verità che la guerra in Ucraina ha reso evidente: nei conflitti contano gli interessi prima delle dichiarazioni. E chi combatte lo sa meglio di chi osserva.
C’è un paradosso nella guerra in Ucraina che l’Europa sembra faticare a riconoscere. Mentre molti leader europei continuano a parlare il linguaggio dei valori, il presidente ucraino è costretto a muoversi dentro quello molto più duro degli interessi. È il paradosso della politica internazionale in tempo di guerra: chi combatte non può permettersi la retorica. Negli ultimi mesi questa frattura è diventata sempre più evidente. Da una parte l’Unione europea procede con nuovi pacchetti di sanzioni contro Mosca, arrivati ormai al diciannovesimo, ribadendo la condanna politica dell’aggressione russa e la difesa dell’ordine internazionale. Dall’altra, il governo ucraino cerca di mantenere aperti tutti i canali possibili con Washington, anche quando il clima politico negli Stati Uniti cambia e quando Donald Trump arriva a definire proprio Volodymyr Zelensky il principale ostacolo alla pace.
Ma mentre il dibattito europeo resta concentrato sulla dimensione normativa del conflitto, la realtà geopolitica si muove molto più velocemente. L’escalation in Medio Oriente e il confronto con l’Iran stanno ridefinendo le priorità strategiche delle grandi potenze, riportando al centro energia, rotte commerciali e stabilità dei mercati globali. Il greggio che prima arrivava in Europa oggi si dirige soprattutto verso Asia e Medio Oriente. Russia, Cina e India hanno ridisegnato una parte dei flussi energetici globali, mentre l’Europa continua a muoversi dentro un quadro prevalentemente normativo.
Le sanzioni hanno avuto effetti reali sull’economia russa, soprattutto nel settore tecnologico e finanziario. Ma non hanno fermato la guerra né hanno isolato completamente Mosca. Hanno piuttosto accelerato la formazione di nuovi equilibri economici globali. È qui che emerge la differenza tra chi combatte e chi osserva. Per l’Ucraina la priorità non è difendere una posizione morale ma sopravvivere come Stato. Questo significa negoziare con chiunque possa influire sul sostegno militare e finanziario: l’amministrazione americana attuale, quella futura, i governi europei, le potenze regionali. In guerra il pragmatismo non è una scelta, è una necessità.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, continuano a ragionare come una potenza globale. Anche mentre guidano il sistema delle sanzioni contro Mosca, gestiscono gli equilibri dei mercati energetici e i rapporti con paesi come India e Cina, soprattutto in un momento in cui la stabilità del Medio Oriente torna a essere una variabile decisiva per l’economia mondiale.
L’Europa invece tende a interpretare il conflitto soprattutto come una battaglia per i valori democratici e per il diritto internazionale. Una posizione coerente con la sua storia politica e con il suo progetto di integrazione. Ma anche una posizione che spesso si esprime con un linguaggio più forte degli strumenti di potere disponibili.
Nel sistema internazionale che sta emergendo contano meno le dichiarazioni di principio e molto di più le risorse materiali. Energia, industria, capacità militare. La Russia continua a esercitare il suo potere attraverso le materie prime. Gli Stati Uniti attraverso la leva strategica e militare. La Cina attraverso la produzione industriale. L’Europa resta soprattutto una potenza normativa.
Ed è forse questo il vero nodo che le crisi simultanee in Ucraina e in Medio Oriente stanno mettendo a nudo. Non solo la brutalità delle guerre in corso, ma anche i limiti di un continente che ha costruito la propria influenza più sul linguaggio delle regole che su quello della forza. Nel frattempo, chi combatte non ha il lusso delle categorie teoriche. Deve fare politica nel senso più antico del termine: trattare, adattarsi, resistere.
Per questo il pragmatismo ucraino appare oggi più realistico della retorica europea. Non perché i valori contino meno, ma perché in guerra sopravvive chi riesce a trasformarli in potere. L’Europa oggi deve decidere se limitarsi a difendere i propri principi o se trovare finalmente gli strumenti per renderli forza politica. È una domanda che riguarda non solo la guerra in Ucraina, ma il ruolo stesso del continente nel mondo che sta emergendo.
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Guerra Ucraina
Guerra Russia-Ucraina, i network delle reti criminali: riciclaggi, società schermo e traffico di minori
La guerra in Ucraina è il laboratorio più evidente di guerra ibrida nel XXI secolo. Missili e droni convivono con sanzioni, propaganda, cyber-attacchi e operazioni clandestine. In questo mosaico, le reti della criminalità organizzata russa sono un vero moltiplicatore di potenza. Nate nel caos post-sovietico degli anni ’90, queste strutture si sono evolute da cartelli orientati al profitto a strumenti integrati in una più ampia architettura di potere.
Nel conflitto, tali reti operano come canali paralleli per aggirare le sanzioni, movimentare capitali, acquisire beni a duplice uso e sostenere operazioni non ufficiali. Sabotaggi, interferenze informatiche e campagne di influenza possono essere attribuiti a soggetti opachi, riducendo il costo diplomatico diretto. Per l’Europa, questo significa confrontarsi non solo con uno Stato aggressore, ma con un ecosistema transnazionale capace di infiltrarsi nei mercati e destabilizzare infrastrutture. Il cuore della questione è finanziario. Le reti criminali garantiscono circuiti di riciclaggio, triangolazioni commerciali e società schermo che permettono di mantenere flussi economici vitali nonostante le restrizioni occidentali. Questi network agiscono anche come proxy destabilizzanti nei Paesi che sostengono Kyiv. Non necessariamente con azioni eclatanti, ma attraverso pressioni diffuse: interferenze nei sistemi informativi, infiltrazioni in segmenti della supply chain, operazioni opache nei mercati energetici e immobiliari.
In una prospettiva liberale ed europeista, la risposta non può essere solo securitaria. Serve un rafforzamento della cooperazione giudiziaria e finanziaria europea. Difendere l’Ucraina significa anche proteggere lo stato di diritto dentro l’Unione, senza scivolare in logiche emergenziali permanenti. Il rischio, nello scenario peggiore, è che la fusione tra Stato e criminalità diventi strutturale e che la guerra ibrida si trasformi in un conflitto prolungato a bassa intensità, in cui il confine tra economia legale e illegale si fa sempre più labile. Il conflitto ha aperto poi un fronte ancora più sensibile: il trasferimento di minori ucraini verso territori sotto controllo russo o verso la Federazione Russa. Secondo le autorità di Kyiv, si tratterebbe di circa 20.000 bambini. Nel marzo 2023, la Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto per il crimine di guerra di deportazione e trasferimento illegale di minori da territori occupati. Non è una sentenza definitiva, ma il riconoscimento della presenza di elementi sufficienti per procedere. In alcune ricostruzioni, se dimostrata la sistematicità, tali condotte potrebbero integrare anche crimini contro l’umanità.
In uno scenario positivo, la pressione diplomatica e strumenti tecnici – inclusi meccanismi di identificazione e mediazione di Paesi terzi – potrebbero favorire restituzioni progressive e verificabili. Nello scenario peggiore, il tempo consoliderebbe il fatto compiuto. Inserimenti in famiglie, modifiche dello status personale e percorsi di integrazione renderebbero sempre più difficile il ritorno. L’opacità informativa aumenterebbe i costi di tracciamento, trasformando la contestazione internazionale in un gesto simbolico. Per l’Europa, la lezione è duplice. La guerra ibrida richiede strumenti integrati – finanziari, giudiziari, diplomatici – capaci di colpire il nesso tra Stato e criminalità. E la difesa dell’ordine internazionale non è astratta, ma una concreta tutela di persone e diritti. Sostenere l’Ucraina significa difendere un principio fondamentale: che la forza non possa riscrivere le regole.
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Guerra Ucraina
Washington spinge, l’Ue in cortocircuito: militari in Ucraina solo con l’ok di Putin
C’è un paradosso che aleggia sui negoziati di Ginevra: per fermare Putin, l’Occidente sembra aver bisogno del suo permesso. L’indiscrezione pubblicata dal Telegraph ha il sapore della resa preventiva: un numero crescente di Paesi della «Coalizione dei Volenterosi» sarebbe disposto a schierare truppe di peacekeeping solo con l’assenso di Mosca. In altre parole, la forza nata per dissuadere il Cremlino da nuove offensive avrebbe bisogno del via libera dello stesso leader che dovrebbe contenere. Il cortocircuito è evidente e politicamente devastante.
In parallelo, Donald Trump ha parlato con Zelensky, che intanto incassa la solidarietà di Israele, ribadendo l’obiettivo: chiudere la guerra, e farlo in fretta. Il tono è netto, la linea politica pure: accelerare. Ma il segretario di Stato Rubio avverte che la pazienza della Casa Bianca «ha un limite». Washington vuole un accordo. Entro il 4 luglio, assicurano fonti vicine al tycoon. Una data tutt’altro che casuale per l’America.
A Mosca, però, non c’è tutta questa fretta. Ad agosto, ad Anchorage, russi e americani avrebbero abbozzato un’intesa di principio sul Donbass: sotto controllo russo dentro un accordo complessivo. Un compromesso territoriale mai formalizzato, ma sufficiente a cambiare la logica del negoziato. Il Cremlino non tratta per resistere: tratta per consolidare. L’unica concessione fin qui accettata è lo scambio delle salme: mille corpi restituiti a Kiev in cambio di trentacinque rientrati in Russia.
Sul fronte di Ginevra il negoziato si è mosso su tre tavoli. Il primo, bilaterale Usa-Ucraina: per Washington Witkoff e Kushner, per Kiev Umerov. Il secondo, passaggio preparatorio verso un trilaterale con Mosca. Il terzo, faccia a faccia tra gli americani e l’inviato del Cremlino Dmitriev, anche sul dossier delle pressioni Usa contro il colosso petrolifero Lukoil. Nessun commento ufficiale sui risultati da parte di Dmitriev. Il prossimo summit, lo svela Zelensky in serata, avrà luogo ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi, nei primi giorni di marzo, e vedrà la partecipazione dei tre attori. Ma la dinamica resta asimmetrica: Washington vuole chiudere, Kiev pretende garanzie, Mosca consolida. «Con il team economico elaboreremo un pacchetto per la prosperità e la ripresa dell’Ucraina», ha rivelato Witkoff, dicendosi «fermamente convinto» della possibilità di un faccia a faccia tra Zelensky e Putin: «Sarebbe il passo più significativo verso la soluzione». Prima, però, serve un cessate il fuoco garantito. Da Mosca, il ministro degli Esteri Lavrov assicura che su un vertice a due non ci sono ostacoli, ma neppure scadenze imposte. La portavoce Maria Zakharova liquida un possibile coinvolgimento dell’Europa con sarcasmo: «Stiano sotto il tavolo, nessuno li ha invitati. L’Ue è un collettivo di pazzi».
E proprio Bruxelles appare divisa: tra chi evoca missioni di peacekeeping e chi frena sulla spesa militare. La Commissione prepara nuove strette energetiche, mentre Budapest si mostra possibilista sui 90 miliardi per Kiev e propone una missione di verifica sull’oleodotto. Il 15 aprile l’esecutivo Ue presenterà la proposta per lo stop definitivo al petrolio di Mosca.
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