Connect with us

Guerra Ucraina

Il giovane Vladimir e il vecchio Putin: oggi zero sorrisi, che piacevano ai leader europei, ma brutalità di sempre

Pubblicato

su

Si trasforma gesto dopo gesto, giorno dopo giorno sicché non somiglia nemmeno lontanamente al giovane Vladimir Putin che nel 1999 entrò al Cremlino accendendo le speranze di tutto il mondo. Oggi vediamo nel diluvio di clip che assediano i social, un Vladimir Putin a fianco di Kim Jong Un. Il coreano, di forma più o meno cubica che cerca di adattarsi all’andatura oscillante e snodata di Putin, le gambe leggermente divaricate e flesse, la spalla destra un po’ più bassa e un corpo addestrato a gesti automatici, il volto inespressivo di fronte a una folla che scandisce slogan di regime, lanciando fiori di regime. Trova ovvio che ai bordi delle strade ci siano migliaia di bambini decorati come alberi di Natale. Quadro successivo, eccolo che firma, impacciato da fiori rosa, banchi e rossi il trattato militare con la Corea del Nord.

Il gioco delle armi…

E lo illustra con voce nervosa: “Questo trattato obbliga ad intervenire se uno dei due paesi è aggredito”. Con un piccolo tremore dice di essere esasperato dal comportamento della Corea del Sud che ha annunciato l’invio di armi all’Ucraina come ritorsione per le armi russe alla Corea del Nord. Si allaccia e si slaccia il primo bottone del completo con camicia bianca e cravatta strapazzata. “Sapete che cosa vi dico? Che anche noi faremo come gli americani. Gli americani mandano armi all’Ucraina e dicono che poi non è affar loro sapere che fine faranno. E allora vi annuncio che anche noi mandiamo armi alla Corea del Nord e non ci importa sapere in quali altre mani finiscono. Anzi, voglio assicurarvi che noi forniamo armi a molte regioni del mondo. Come poi verranno usate, non è affar nostro. Con la Corea del Nord abbiamo firmato un trattato di reciproco intervento in caso di aggressione”.

L’alleato del nemico in Vietnam

Quando arriva ad Hanoi, capitale del Vietnam, viene accolto con una scenografia molto militaresca ma senza fronzoli di memoria sovietica. Il Vietnam – che combatté e vinse una guerra terribile contro gli Stati Uniti negli anni Sessanta e Settanta – ha accolto Putin con scrupolosa cortesia ma le agenzie di stampa hanno chiarito che il principale partner di Hanoi sono gli ex nemici americani. Il Vietnam è protetto dall’America contro le continue vessazioni della Cina sempre più legata alla Russia. Quindi, per la proprietà transitiva, Putin non è un amico ma un alleato del nemico al quale è prudente mostrare tutto l’apparato formale. Ma i comunicati vietnamiti sono diffusi in francese, la lingua dell’ex madrepatria coloniale nelle cui università si formarono i grandi leader: da Ho Chi-Minh ai cinesi come Zhou Enlai. Putin non è mai stato un vero oratore: parla a voce bassa, talvolta inaudibile. Per spiegare la sua svolta politica e militare spiegò ad un pubblico di selezionate casaline invitate al Cremlino che la Russia non può più considerare le armi nucleari come oggetti satanici, ma solo armi da usare con in caso di necessità. Guardava le signore allibite e una di loro alzò una mano. “Dica pure”, disse Putin. E la donna: “Ma se si comincia con le armi nucleari, si arriva alla fi e del mondo”. Putin si strinse nelle spalle e disse: “Vorrà dire, allora che andremo tutti in paradiso”.

La nuova dottrina e il paradiso

Era l’annuncio della nuova dottrina: “Quelle armi esistono affinché possano difendere la nostra sovranità”. In un successivo colloquio con pubblico selezionato spiegò – a voce quasi bisbigliata – che cosa intende per sovranità: “I confini internazionali sono consacrati dalle leggi internazionali. Ma i confini della Russia sono quelli che l’impero russo e poi l’Unione Sovietica hanno raggiunto. Di fronte a quei confini il diritto internazionale cede il passo ai diritti della Storia”. Ieri si è saputo che l’ex ministro della Difesa russo Sergei Shoigu e il capo di Stato maggiore Valery Gerasimov sono stati colpiti da mandato di cattura internazionale dell’Aja per crimini di guerra. Non che la cosa impressioni Putin, a sua volta colpito da mandato di cattura per aver ordinato di rapire migliaia di bambini ucraini dalle loro famiglie per farli russifi care da istituzioni spacciate per famiglie adottive. C’è un uomo che nei primi anni Duemila si invaghì di Putin quanto Berlusconi, ed è l’ex primo ministro laburista Tony Blair, che oggi ricorda che venti anni fa lui e Vladimir camminavano insieme per Londra come vecchi amici: “Oggi quell’uomo mi terrorizza e deve essere assolutamente sconfitto, mai avrei pensato che sarebbe diventato quel che è oggi. Ma già al secondo incontro mi resi conto che in lui abitava la brutalità del calcolatore spietato. Oggi è totalmente fuori dalla realtà, non vede il vero mondo ma quello che lui immagina e sta riducendo la Russia alla disfatta economica”.

Il giovane dolce che piaceva ai leader europei

Quando, come presidente di una commissione bicamerale d’inchiesta sulle attività sovietiche in Italia mi accorsi che il Presidente russo faceva liquidare gente come il generale Anatoly Trofimov con sua moglie o il mio collaboratore Alexander Litvinenko ucciso a Londra con una dose di polonio radioattivo, chiesi a Berlusconi (era il 2006) che cosa pensasse di quell’ex ufficiale del Kgb diventato suo amico. Berlusconi mi dette una risposta che non dimenticherò: “Vladimir è un uomo dolcissimo, intelligente e buono. Se tu mi dicessi che lui fa ammazzare la gente, mi farebbe lo stesso effetto se qualcuno mi dicesse che tu fai ammazzare la gente”. Gli archivi delle agenzie sono pieni delle foto di quel giovane Putin, di cui era pazza anche Angela Merkel. Foto beate in cui giocava a palle di neve con Berlusconi ma che aveva rapporti affettuosissimi con un sacco di altra gente, fra cui Romano Prodi e appunto, il primo ministro Tony Blair.

La doppia faccia

Putin ha detto in molte interviste di aver perso qualsiasi fiducia per l’Occidente a guida americana da quando George W. Bush invase l’Iraq. A quell’epoca, Putin aveva già fatto reprimere le rivolte cecene con brutalità mai viste prima (come gasare tutti gli spettatori di un cinema per uccidere anche i terroristi in sala) e aveva cominciato la sua guerra siriana che si calcola abbia causato almeno un milione di morti. Quanto a Blair, il primo ministro inglese si infuriò con Putin quando si scoprì che Alexander Litvinenko aveva ottenuto la cittadinanza britannica proprio il giorno della sua morte e che si rese dunque conto che un cittadino britannico era stato ucciso con un’arma nucleare introdotta e usata da una potenza straniera a Londra. Fece una scenata telefonica a Putin, il quale per tutta risposta fece levare in volo dei vecchi aerei Tupolev usati per trasportare vecchie armi nucleari. Nessuna minaccia atomica, ma di grave inquinamento, sì. Blair fece sollevare squadroni di caccia che si spinsero fin dove potevano e dell’incidente si parlò sulle news internazionali.

Il sorriso scomparso

Oggi Vladimir Vladimirovic non è più giovanissimo avendo superato i settanta con un corpo addestrato e curato e allenato, ma il sorriso è scomparso dalla sua faccia anche negli incontri ufficiali. Ne usa alcune varianti per gli spot sui social. Eccolo che entra con il volto contratto in una palestra di giovani ginnaste che lo guardano adoranti chinarsi per allacciarsi una scarpa. È sempre circondato da un corpo di armati che vestono uniformi sgargianti, più di quelle sovietiche, con decine di medaglie al petto. Da quando il Cremlino è diventato il suo castello incantato, migliaia di architetti e arredatori pacchiani hanno riempito ogni spazio con decorazioni d’oro zecchino, porte altissime che si aprono come in una fiaba persiana, per far passare lui, piccolo, solo e deciso con andamento da ex pugile, le braccia che non oscillano sincronicamente e i suoi capelli incanutiti. Tutti i soldatini da cerimonia indossano uniformi teatrali e poi marciano al passo dell’oca, a gamba tesa per la gioia teutonico-sovietica delle famiglie in visita guidata.

L’ultimo oppositore “pazzo e patriota” Prighozhin

È giusto ricordare che l’unico che abbia saputo tenergli testa, per di più dichiarando di volerlo proteggere, fu Evgenij Prigozhin, il miles gloriosus e mercenario capo del “battaglione Wagner” fondato da neonazisti (Wagner in omaggio al musicista più amato da Hitler) che dopo essere stato bombardato dall’esercito russo sul campo di battaglia ucraino, marciò su Mosca dichiarando che Putin era vittima di un circolo di criminali speculatori che lo avevano ingannato sulla situazione in Ucraina. Putin lo ricevette e restarono a parlare a lungo. Poi Prigozhin salì su un aereo che esplose dopo il decollo: “Quell’uomo era un pazzo, purtroppo – commentò Putin – ma anche un vero patriota”.

Nella lunghissima e poco notevole intervista che dette al giornalista americano Tucker Carlson disse: “Ma lei si rende conto chi sono i polacchi? Nel 1939 si rifiutarono di restituire alla Germania la città di Danzica che il cancelliere Hitler aveva chiesto indietro perché era tedesca. E loro? Dissero di no, costringendo Hitler ad invadere la Polonia”.

 

L’articolo Il giovane Vladimir e il vecchio Putin: oggi zero sorrisi, che piacevano ai leader europei, ma brutalità di sempre proviene da Il Riformista.

Click to rate this post!
[Total: 0 Average: 0]
Continue Reading
Clicca per commentare

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Guerra Ucraina

Dentro i laboratori segreti di droni in Ucraina. La flotta da un milione di unità l’anno: “Non serve un prodotto perfetto, la velocità è fondamentale”

Pubblicato

su

By

Una delle industrie più importanti in Ucraina è, oramai, quella che realizza droni militari: il paese è passato da sei produttori di droni – prima dell’invasione russa – all’averne oltre 200, in grado di sfornare un milione di droni all’anno. Il corrispondente da Kiev del Financial Times, Christopher Miller, racconta di un laboratorio segreto – alla periferia di una cittadina dell’Ucraina orientale – in prima linea nella guerra contro la Russia, dove i soldati lavorano dalla mattina alla sera per realizzare “droni killer”.

Economici ma efficaci

La piccola fabbrica è dotata anche di una stampante 3D per realizzare i componenti necessari a trasformare la tecnologia – progettata per il divertimento o la fotografia aerea – in un’arma mortale: fondamentalmente i droni d’attacco FPV (first-person view: modelli radiocomandati che sono pilotati tramite schermi o visori con cui il pilota ha la stessa visuale che avrebbe ai comandi del modello stesso) sono estremamente economici ma efficaci, tanto da colmare alcune delle carenze di proiettili di artiglieria che hanno afflitto l’esercito di Kiev nell’ultimo anno. E mentre i programmi di realizzazione delle armi tradizionali impiegano decenni per svilupparsi – fondandosi su consistenti budget governativi e su grandi strutture di ricerca e collaudo – i droni hanno costi relativamente bassi, sono letali e rapidi da realizzare. Questo confronto impari ha contribuito a livellare il campo tra i player più piccoli e i giganti ormai affermati del settore.

La velocità di produzione è fondamentale

L’esperienza dell’invasione ucraina e della guerra dimostrano che il time to market – il periodo di tempo che intercorre tra l’ideazione di un prodotto e la sua effettiva commercializzazione – e uno sviluppo delle tecnologie più agile “sono importanti”, spiega al FT Micael Johansson, amministratore delegato del campione svedese della difesa, Saab. “Invece di sviluppare un prodotto perfetto che potrebbe richiedere molti anni, è importante costruire prodotti rapidi che possano essere testati, modificati e testati di nuovo. La velocità è fondamentale“. Ma non è solo l’industria a dover cambiare. Anche i dipartimenti governativi della Difesa dovranno trasformare il modo in cui acquistano le armi per stare al passo con cicli di sviluppo delle armi molto più rapidi e sempre più definiti dal software e da sistemi automatizzati, guidati dall’Intelligenza Artificiale. E per cominciare i funzionari della Difesa dovranno guardare al di fuori del loro solito gruppo di fornitori per coinvolgere aziende più piccole, molte delle quali provengono da un background tecnologico. E, a quanto pare, già sta accadendo.
“Se l’Ucraina ci ha insegnato qualcosa, è che dobbiamo andare più veloci”, ha detto quest’anno il generale Sir James Hockenhull, capo dello Strategic Command britannico a un pubblico londinese di funzionari militari e dirigenti industriali. Per i governi il risultato finale potrebbe rappresentare una vera rivoluzione nell’ambito della Difesa e negli affari militari. Ne è passata di acqua sotto i ponti dai vecchi droni “da ricognizione” che furono impiegati per la prima volta dagli Stati Uniti, su larga scala, durante la guerra del Vietnam: solo dopo altri paesi iniziarono a investire in modo più massiccio nella tecnologia aerea senza pilota. Ma fu l’avvento di droni economici, spesso di fabbricazione cinese, combinati con software rapidamente adattabili e sempre più basati sull’Intelligenza Artificiale, a mostrare come gli UAV – Unmanned Aircraft System, Aeromobile a pilotaggio remoto – potessero cambiare le caratteristiche della guerra.
Proprio come i droni hanno cambiato radicalmente il campo di battaglia, la loro crescente onnipresenza sta stravolgendo anche l’industria della Difesa, che vede emergere nuovi attori come sfidanti di giganti ormai affermati: Lockheed Martin, Raytheon e BAE Systems che dominano il settore da decenni.

L’ombra dell’IA

Tra le giovani start-up tecnologiche che hanno già fatto breccia nel settore ci sono il gruppo statunitense di analisi dei dati Palantir Technologies (con una capitalizzazione di mercato di 58 miliardi di dollari), la statunitense Rebellion Defense e l’europea Helsing (specialista in Difesa tramite l’Intelligenza Artificiale, impegnata in un altro round di raccolta fondi che potrebbe arrivare a una valutazione di 4,5 miliardi di dollari). C’è poi Anduril Industries, fondata dall’imprenditore californiano Palmer Luckey, uno dei maggiori beneficiari della crescente domanda di nuove tecnologie da parte delle forze armate: centinaia dei suoi droni d’attacco Altius-600M sono stati acquistati dal Pentagono e inviati sul fronte ucraino.
Gli operatori tradizionali, scossi dalla crescente concorrenza e fin troppo consapevoli delle sfide industriali, stanno rispondendo spesso alleandosi con i nuovi arrivati o rilevando i loro rivali più piccoli: un mix di collaborazione e competizione, dunque. “La Difesa consisterà sempre in un gioco di bilanciamento tra hardware e software”, dice Gundbert Scherf di Helsing. E se è vero che continuerà a “dipendere dal rifornimento di apparecchiature elettroniche, in futuro sarà definita sempre di più dall’IA”.

L’articolo Dentro i laboratori segreti di droni in Ucraina. La flotta da un milione di unità l’anno: “Non serve un prodotto perfetto, la velocità è fondamentale” proviene da Il Riformista.

Click to rate this post!
[Total: 0 Average: 0]
Continue Reading

Guerra Ucraina

Ucraina, prove di intesa. No della Lega, Pd diviso

Pubblicato

su

By

Strada e Tarquinio astenuti sul testo pro Kiev. I Patrioti di Orbán: “Basta con l’invio di armi”

Click to rate this post!
[Total: 0 Average: 0]
Continue Reading

Guerra Ucraina

“Droni ucraini in Bielorussia”. Il mistero dietro l’accusa di Mosca all’esercito di Kiev

Pubblicato

su

By

Secondo le autorità della Federazione, l’Ucraina avrebbe inviato velivoli senza pilota al confine con i territori di Minsk per spiarne le infrastrutture in preparazione di azioni offensive contro il Paese alleato di Putin

Click to rate this post!
[Total: 0 Average: 0]
Continue Reading

Tendenza