Guerra Ucraina
Guerra in Ucraina, un’infinita agonia umana ed economica. Bilancio drammatico dopo 4 anni: quasi due milioni di perdite
La guerra tra Russia e Ucraina, quasi nel suo quarto anno, ha assunto i caratteri di un conflitto di logoramento più che di una guerra lampo, con costi umani ed economici altissimi e progressi territoriali limitati per l’esercito russo. Secondo una recente analisi pubblicata dal think-tank statunitense Center for Strategic and International Studies (CSIS), la guerra sta evidenziando le difficoltà militari e strategiche di Mosca, che paga un prezzo enorme in vite e risorse. Una strategia di logoramento, non di vittoria. Gli avanzamenti russi negli ultimi due anni sono stati talmente lenti da risultare tra i più modesti di qualsiasi campagna militare moderna, con ritmi paragonabili o inferiori ad alcune delle offensive della Prima guerra mondiale.
Uno degli aspetti più drammatici del rapporto riguarda il bilancio delle perdite umane. Nello studio si stima che, tra febbraio 2022 e la fine del 2025, le forze russe abbiano subito quasi 1,2 milioni di perdite complessive — ossia il totale di uccisi, feriti e dispersi — con circa 325.000 morti fra i soldati russi. Cifre che non hanno precedenti in nessuna guerra combattuta da un grande Stato dal Secondo conflitto mondiale. Le perdite ucraine, stimate dallo stesso studio, si aggirano fra 500.000 e 600.000 fra morti, feriti e dispersi, portando il totale combinato di caduti a raggiungere quasi 2 milioni entro la prossima primavera. Nel 2024 Mosca ha conquistato circa 3.600 chilometri quadrati, mentre nel 2025 ha ampliato quel totale di poco più di 4.800 chilometri quadrati. In termini aggregati, dal 2022 ad oggi le forze russe controllano circa 120.000 chilometri quadrati, pari a circa il 20% del territorio ucraino, inclusa l’occupazione di Crimea e aree del Donbass già precedenti all’invasione del 2022.
Nessuna grande potenza ha subito un numero simile di perdite o vittime in una guerra dalla Seconda Guerra Mondiale. Ad esempio, i numeri di perdite e vittime sul campo di battaglia degli Stati Uniti sono significativamente inferiori, con gli USA che hanno subito 54.487 morti in battaglia durante la guerra di Corea, 47.434 morti durante la guerra del Vietnam, 149 morti durante la guerra del Golfo 1990–1991, 2.465 morti in Afghanistan durante l’Operazione Enduring Freedom e l’Operazione Freedom’s Sentinel, e 4.432 morti in Iraq durante l’Operazione Iraqi Freedom. Le vittime e le perdite russe sono notevoli anche dal punto di vista storico russo e sovietico Le vittime russe sul campo di battaglia in Ucraina sono più di 17 volte superiori a quelle sovietiche in Afghanistan negli anni ‘80, 11 volte superiori rispetto alle guerre russe della Prima e Seconda Cecena negli anni ‘90 e 2000, rispettivamente, e oltre cinque volte superiori a tutte le guerre russe e sovietiche messe insieme dalla Seconda Guerra Mondiale. Una guerra costosa anche per l’economia.
Oltre al costo umano, la guerra sta avendo conseguenze significative anche sull’economia russa. Il rapporto evidenzia come la macchina produttiva sia sotto stress: la produzione manifatturiera è in calo, e la crescita economica russa è rallentata fino a raggiungere un modestissimo 0,6% nel 2025. La combinazione di una crescita contenuta, una dipendenza continua da importazioni tecnologiche e l’incapacità di costruire un settore tecnologico competitivo su scala globale indica che la guerra sta drenando risorse critiche dall’economia nazionale russa, con effetti potenzialmente di lungo periodo sulla produttività e sulla posizione strategica del Paese. Mentre gli analisti occidentali sottolineano queste difficoltà e i costi elevati per Mosca, la retorica russa continua a presentare il conflitto come vittoria possibile o imminente. L’opinione pubblica internazionale è divisa tra chi chiede un maggiore impegno diplomatico per fermare l’emorragia di vite umane e chi sostiene la necessità di continuare a fornire supporto a Kyiv per impedire a Mosca di prolungare il conflitto.
La guerra in Ucraina non è mai stata una rapida campagna di conquista di un paese russofono, ma un sacrificio di giovani uomini in un conflitto con costi umani e materiali altissimi. Le forze russe hanno subito perdite senza precedenti, la loro economia è sotto pressione, e la prospettiva di una fine rapida sembra sempre più remota. Al contempo, la resistenza delle difese ucraine e il sostegno internazionale a Kyiv mantengono aperta la possibilità che Mosca non raggiunga mai i suoi obiettivi strategici originari, un segnale chiaro anche per i megafoni putiniani del nostro Paese, certi da sempre della ineluttabile vittoria russa.
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Guerra Ucraina
Scontro aperto Zelensky-Orbán. Tra petrolio e aiuti “7 ucraini ostaggi”
Le parole, in diplomazia, pesano come pietre. E quando smettono di essere levigate dal linguaggio prudente delle cancellerie, spesso rivelano crepe già profonde. È accaduto anche questa volta: una frase pronunciata con rabbia ha trasformato una tensione latente in una crisi aperta tra Kiev e Budapest. La scintilla è scoccata quando il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha lasciato intendere che dietro l’ostacolo al prestito europeo da 90 miliardi di euro destinato all’Ucraina potesse esserci “una sola persona”. Un’allusione fin troppo trasparente al premier ungherese Viktor Orbán. Zelensky ha poi aggiunto, con un tono che ha fatto saltare ogni residua cautela diplomatica, che se necessario avrebbe potuto fornire alle forze armate ucraine l’indirizzo dell’interlocutore “affinché ci parlassero a modo loro”.
Alla radice del conflitto c’è un nodo antico quanto la guerra stessa: l’energia. L’Ucraina controlla infatti tratti cruciali delle infrastrutture che portano il petrolio russo verso l’Europa centrale, in particolare il ramo dell’oleodotto Druzhba. Budapest accusa Kiev di aver rallentato o addirittura bloccato il flusso, mettendo a rischio le forniture ungheresi. Orbán ha risposto con una minaccia esplicita: sospendere ulteriori forniture energetiche e logistiche all’Ucraina, che a suo dire starebbe anche influenzando la campagna elettorale in vista delle parlamentari del 12 aprile. Il ministro dell’Energia Gábor Csepek ha concesso a Kiev tre giorni per ripristinare il transito del petrolio russo o consentire a una squadra di ispettori di entrare nel Paese per verificare lo stato del gasdotto. Dall’11 marzo, inoltre, la compagnia ungherese Mol Group avvierà test di capacità sull’oleodotto Adria, che collega la Croazia all’Ungheria e potrebbe diventare una via alternativa strategica per Budapest. Le prove dureranno dieci mesi sotto monitoraggio internazionale.
La tensione energetica ha assunto anche contorni giudiziari. Budapest ha annunciato l’arresto di sette cittadini ucraini, dipendenti della banca statale Oschadbank, fermati mentre trasportavano ingenti quantità di denaro contante attraverso il territorio ungherese. Ieri sera i sette sono stati rilasciati, ma le autorità hanno comunque aperto un’indagine per riciclaggio e parlano della possibilità che il denaro sia collegato alla “mafia di guerra” ucraina. Kiev respinge le accuse, consigliando ai propri cittadini di non recarsi in Ungheria e convocando l’incaricato d’affari magiaro nella capitale per chiarimenti.
A Bruxelles la disputa è osservata con inquietudine. L’Ucraina resta il principale beneficiario dell’assistenza nella guerra contro la Russia, ma l’Ungheria è nell’Ue e il suo voto pesa nei delicati equilibri decisionali. Nel frattempo, a Mosca, la vicenda viene seguita con sarcasmo. Il portavoce del Cremlino Peskov suggerisce che i Paesi europei dovrebbero addirittura applicare l’articolo 5 della Nato per difendere Budapest dalle minacce di Kiev. L’ironia è palese: l’articolo 5 prevede la difesa collettiva in caso di aggressione contro uno Stato membro dell’Alleanza. Evocarlo serve soprattutto a ribadire il messaggio che Mosca ripete da tempo: l’unità occidentale sulla guerra in Ucraina è molto più fragile di quanto appaia.
Guerra Ucraina
Il pragmatismo di Kyiv (trattare, adattarsi, resistere) e la solita retorica europea
Mentre l’attenzione del mondo torna a concentrarsi sul Medio Oriente e sull’escalation con l’Iran, una decisione apparentemente tecnica del Dipartimento del Tesoro americano ricorda quanto la geopolitica reale sia distante dal linguaggio della politica europea. Il 5 marzo Washington ha autorizzato temporaneamente la vendita di petrolio russo verso l’India per carichi già imbarcati. Una deroga limitata alle sanzioni, ma anche il segno di una verità che la guerra in Ucraina ha reso evidente: nei conflitti contano gli interessi prima delle dichiarazioni. E chi combatte lo sa meglio di chi osserva.
C’è un paradosso nella guerra in Ucraina che l’Europa sembra faticare a riconoscere. Mentre molti leader europei continuano a parlare il linguaggio dei valori, il presidente ucraino è costretto a muoversi dentro quello molto più duro degli interessi. È il paradosso della politica internazionale in tempo di guerra: chi combatte non può permettersi la retorica. Negli ultimi mesi questa frattura è diventata sempre più evidente. Da una parte l’Unione europea procede con nuovi pacchetti di sanzioni contro Mosca, arrivati ormai al diciannovesimo, ribadendo la condanna politica dell’aggressione russa e la difesa dell’ordine internazionale. Dall’altra, il governo ucraino cerca di mantenere aperti tutti i canali possibili con Washington, anche quando il clima politico negli Stati Uniti cambia e quando Donald Trump arriva a definire proprio Volodymyr Zelensky il principale ostacolo alla pace.
Ma mentre il dibattito europeo resta concentrato sulla dimensione normativa del conflitto, la realtà geopolitica si muove molto più velocemente. L’escalation in Medio Oriente e il confronto con l’Iran stanno ridefinendo le priorità strategiche delle grandi potenze, riportando al centro energia, rotte commerciali e stabilità dei mercati globali. Il greggio che prima arrivava in Europa oggi si dirige soprattutto verso Asia e Medio Oriente. Russia, Cina e India hanno ridisegnato una parte dei flussi energetici globali, mentre l’Europa continua a muoversi dentro un quadro prevalentemente normativo.
Le sanzioni hanno avuto effetti reali sull’economia russa, soprattutto nel settore tecnologico e finanziario. Ma non hanno fermato la guerra né hanno isolato completamente Mosca. Hanno piuttosto accelerato la formazione di nuovi equilibri economici globali. È qui che emerge la differenza tra chi combatte e chi osserva. Per l’Ucraina la priorità non è difendere una posizione morale ma sopravvivere come Stato. Questo significa negoziare con chiunque possa influire sul sostegno militare e finanziario: l’amministrazione americana attuale, quella futura, i governi europei, le potenze regionali. In guerra il pragmatismo non è una scelta, è una necessità.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, continuano a ragionare come una potenza globale. Anche mentre guidano il sistema delle sanzioni contro Mosca, gestiscono gli equilibri dei mercati energetici e i rapporti con paesi come India e Cina, soprattutto in un momento in cui la stabilità del Medio Oriente torna a essere una variabile decisiva per l’economia mondiale.
L’Europa invece tende a interpretare il conflitto soprattutto come una battaglia per i valori democratici e per il diritto internazionale. Una posizione coerente con la sua storia politica e con il suo progetto di integrazione. Ma anche una posizione che spesso si esprime con un linguaggio più forte degli strumenti di potere disponibili.
Nel sistema internazionale che sta emergendo contano meno le dichiarazioni di principio e molto di più le risorse materiali. Energia, industria, capacità militare. La Russia continua a esercitare il suo potere attraverso le materie prime. Gli Stati Uniti attraverso la leva strategica e militare. La Cina attraverso la produzione industriale. L’Europa resta soprattutto una potenza normativa.
Ed è forse questo il vero nodo che le crisi simultanee in Ucraina e in Medio Oriente stanno mettendo a nudo. Non solo la brutalità delle guerre in corso, ma anche i limiti di un continente che ha costruito la propria influenza più sul linguaggio delle regole che su quello della forza. Nel frattempo, chi combatte non ha il lusso delle categorie teoriche. Deve fare politica nel senso più antico del termine: trattare, adattarsi, resistere.
Per questo il pragmatismo ucraino appare oggi più realistico della retorica europea. Non perché i valori contino meno, ma perché in guerra sopravvive chi riesce a trasformarli in potere. L’Europa oggi deve decidere se limitarsi a difendere i propri principi o se trovare finalmente gli strumenti per renderli forza politica. È una domanda che riguarda non solo la guerra in Ucraina, ma il ruolo stesso del continente nel mondo che sta emergendo.
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Guerra Ucraina
Guerra Russia-Ucraina, i network delle reti criminali: riciclaggi, società schermo e traffico di minori
La guerra in Ucraina è il laboratorio più evidente di guerra ibrida nel XXI secolo. Missili e droni convivono con sanzioni, propaganda, cyber-attacchi e operazioni clandestine. In questo mosaico, le reti della criminalità organizzata russa sono un vero moltiplicatore di potenza. Nate nel caos post-sovietico degli anni ’90, queste strutture si sono evolute da cartelli orientati al profitto a strumenti integrati in una più ampia architettura di potere.
Nel conflitto, tali reti operano come canali paralleli per aggirare le sanzioni, movimentare capitali, acquisire beni a duplice uso e sostenere operazioni non ufficiali. Sabotaggi, interferenze informatiche e campagne di influenza possono essere attribuiti a soggetti opachi, riducendo il costo diplomatico diretto. Per l’Europa, questo significa confrontarsi non solo con uno Stato aggressore, ma con un ecosistema transnazionale capace di infiltrarsi nei mercati e destabilizzare infrastrutture. Il cuore della questione è finanziario. Le reti criminali garantiscono circuiti di riciclaggio, triangolazioni commerciali e società schermo che permettono di mantenere flussi economici vitali nonostante le restrizioni occidentali. Questi network agiscono anche come proxy destabilizzanti nei Paesi che sostengono Kyiv. Non necessariamente con azioni eclatanti, ma attraverso pressioni diffuse: interferenze nei sistemi informativi, infiltrazioni in segmenti della supply chain, operazioni opache nei mercati energetici e immobiliari.
In una prospettiva liberale ed europeista, la risposta non può essere solo securitaria. Serve un rafforzamento della cooperazione giudiziaria e finanziaria europea. Difendere l’Ucraina significa anche proteggere lo stato di diritto dentro l’Unione, senza scivolare in logiche emergenziali permanenti. Il rischio, nello scenario peggiore, è che la fusione tra Stato e criminalità diventi strutturale e che la guerra ibrida si trasformi in un conflitto prolungato a bassa intensità, in cui il confine tra economia legale e illegale si fa sempre più labile. Il conflitto ha aperto poi un fronte ancora più sensibile: il trasferimento di minori ucraini verso territori sotto controllo russo o verso la Federazione Russa. Secondo le autorità di Kyiv, si tratterebbe di circa 20.000 bambini. Nel marzo 2023, la Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto per il crimine di guerra di deportazione e trasferimento illegale di minori da territori occupati. Non è una sentenza definitiva, ma il riconoscimento della presenza di elementi sufficienti per procedere. In alcune ricostruzioni, se dimostrata la sistematicità, tali condotte potrebbero integrare anche crimini contro l’umanità.
In uno scenario positivo, la pressione diplomatica e strumenti tecnici – inclusi meccanismi di identificazione e mediazione di Paesi terzi – potrebbero favorire restituzioni progressive e verificabili. Nello scenario peggiore, il tempo consoliderebbe il fatto compiuto. Inserimenti in famiglie, modifiche dello status personale e percorsi di integrazione renderebbero sempre più difficile il ritorno. L’opacità informativa aumenterebbe i costi di tracciamento, trasformando la contestazione internazionale in un gesto simbolico. Per l’Europa, la lezione è duplice. La guerra ibrida richiede strumenti integrati – finanziari, giudiziari, diplomatici – capaci di colpire il nesso tra Stato e criminalità. E la difesa dell’ordine internazionale non è astratta, ma una concreta tutela di persone e diritti. Sostenere l’Ucraina significa difendere un principio fondamentale: che la forza non possa riscrivere le regole.
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