Guerra Ucraina
Draghi inviato Ue a Kiev, l’idea che tenta il governo
L’idea di un inviato speciale che parli per l’intera Europa sulla guerra in Ucraina e tratti con Putin in prima persona non è nuova. Proprio all’indomani dell’inizio del conflitto (siamo nel 2022) ne parlò Matteo Renzi che fece i nomi di Angela Merkel e Tony Blair. Poi la proposta come un fiume carsico in questi quattro anni ha fatto capolino nei discorsi dell’Unione per poi riabissarsi, essere dimenticata. Solo che la guerra va avanti e negli ultimi mesi sono nate nuove figure nelle trattative per trovare una soluzione. La funzione preminente che hanno avuto i due inviati speciali di Donald Trump per Mosca e per Kiev, Steve Witkoff e il genero del presidente Jared Kushner, hanno riportata in auge quell’esigenza al punto che l’altro giorno la stessa Giorgia Meloni l’ha rilanciata con una certa decisione. E subito dopo è circolato un nome italiano di peso per quel ruolo, Mario Draghi (il Foglio).
Già, se si pensa ad un italiano che possa servire in Europa si arriva sempre a lui. Diciamo subito che è un nome che la Meloni non ha fatto anche perché la questione principale ora è convincere tutti e 27 i paesi dell’Unione a parlare con una voce sola e lanciare un nome adesso può rendere un tentativo già di per sé difficile ancor più complicato. Detto questo Draghi corrisponde insieme ad altri all’identikit della personalità che potrebbe interpretare al meglio un simile ruolo. Il suo contributo è già stato utilizzato dalla von der Leyen per il piano di rilancio della Ue. Inoltre è una personalità che unisce un’indubbia preparazione economico-finanziaria a doti politiche sperimentate. In più sul conflitto in Ucraina ha sempre avuto una posizione molto netta, attenta alle ragioni di Kiev. Basta ricordare i viaggi in treno sotto le bombe verso la capitale ucraina insieme a Macron e all’ex cancelliere tedesco Scholz.
Ecco perché se fai il nome di Draghi all’eminenza grigia di Palazzo Chigi, il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, non ti dice di no ma spiega al Giornale: “Il primo obiettivo è convincere l’Unione a parlare con una voce sola per trattare con Mosca e con Kiev. Cosa non facile. Solo dopo si parlerà di nomi. Certo per noi il nome di Draghi andrebbe bene, benissimo. Ma bisogna decidere insieme agli altri Paesi: non ci poniamo tanto il traguardo che sia un italiano quanto di raggiungere l’obiettivo. In quest’ottica ci possono essere altre personalità che possono interpretare quel ruolo. Andrebbe bene, ad esempio, anche il presidente finlandese: ha sempre avuto a cuore la causa ucraina, rappresenta un paese piccolo che non suscita gelosie e ha buoni rapporti con Trump. È un altro identikit che si aggiunge, insieme ad altri, a quello di Draghi. Ora, però, l’importante è convincere i 27 paesi a parlare con una voce sola, sul nome si vedrà. Siamo ancora all’anno zero”.
Appunto. Questo non toglie, però, che almeno in Italia il nome di Draghi potrebbe garantire una maggioranza nella quale sull’Ucraina ogni tanto si sentono voci discordanti. Su un tema così delicato l’ex premier, infatti, si porterebbe dietro la parte riformista del Pd (un po’ come avvenne con il suo governo) e avrebbe rapporti stretti con personaggi di rilievo della Lega, a cominciare dal ministro dell’Economia Giorgetti che proprio l’altro giorno ha annunciato l’uso dei prestiti del Safe per le armi. Per non parlare poi dello stretto legame che intercorre tra Draghi e Mattarella. Tutti elementi da valutare specie se si tiene conto che la vicenda Ucraina continuerà a stressare sia la maggioranza di governo che l’opposizione, a metterne a dura prova l’unità. Ad esempio, giovedì prossimo alla Camera si voteranno le comunicazioni di Crosetto sul decreto armi. Probabilmente alcuni deputati leghisti e di altri gruppi (si parla di quattro) voteranno contro seguendo le indicazioni del generale Vannacci. Non per nulla l’altro giorno in conferenza stampa la Meloni è stata molto dura con il militare: “Mi meraviglia il generale, i soldati sono i primi a capire quanto le forze armate siano utili a costruire la pace”. L’operazione di Vannacci sul decreto potrebbe essere il primo passo verso una sua uscita dalla Lega. Il problema, infatti, non è il drappello sparuto di parlamentari che potrebbero seguirlo ma il rischio che si formi un altro soggetto politico alla destra di fratelli d’Italia che possa strappare quel 2% necessario al centrodestra per vincere le prossime elezioni politiche. Paradosso nel paradosso, a sinistra c’è anche chi spera nel generale.
Guerra Ucraina
Miliardi, droni e soldati: assist a Kiev
A decidere il destino di Kiev non sono soltanto cannoni e carte firmate. Molto passa da Washington, dove Zelensky gioca la sua partita tra tavoli e corridoi, puntando sugli accordi economici con gli Usa come leva potente per rimettere in piedi un Paese ferito e tentare di scriverne il futuro. Il leader ucraino è pronto a siglare con Trump un accordo di “prosperità” per la ricostruzione: un piano decennale da 800 miliardi di dollari basato su prestiti, sovvenzioni e investimenti privati. L’intesa potrebbe essere finalizzata al Forum economico mondiale di Davos (1923 gennaio) e affonda le radici nell’intesa sui minerali della scorsa primavera, che garantisce agli investitori statunitensi un accesso preferenziale alle risorse ucraine. Il pacchetto potrebbe includere un accordo di libero scambio con gli Usa, con dazi zero su alcune industrie, per attrarre investimenti e rafforzare l’economia di Kiev. Zelensky, che nominerà Fedorov alla Difesa, segue da vicino il progetto, preoccupato “dai tentativi russi di ostacolare le relazioni con i partner”.
E a proposito di partner nella galassia dei Volenterosi accelera Macron, presentando ai partiti all’Eliseo un piano per il dispiegamento in Ucraina, dopo un accordo di pace, di 6mila soldati francesi. In parallelo si muove Londra, che stanzia 200 milioni di sterline dal bilancio della difesa 2026 per preparare l’esercito a una missione multinazionale, investendo in mezzi, comunicazioni e difesa anti-drone. Il Regno Unito avvierà inoltre questo mese la produzione di droni intercettori Octopus per rafforzare la difesa aerea ucraina. Critico il ministro degli Esteri ungherese Szijjarto: “Parigi e Londra trascineranno l’Europa in guerra”. Il premier Orbán precisa: “Finanziare l’Ucraina significa buttare soldi in un pozzo senza fondo”. E il negoziatore Dmitriev sentenzia: “Germania, Ue e Regno Unito continuano a suicidare la civiltà occidentale”.
Mosca alza il tono dello scontro sul piano verbale. Dmitri Medvedev, vicepresidente del Consiglio di sicurezza, ha reagito con durezza alle ipotesi di un dispiegamento di truppe europee in Ucraina, evocando una risposta con i missili ipersonici Oreshnik e corredando le minacce con il video del recente attacco. Secondo un centro studi statunitense, proprio l’impiego dell’Oreshnik (i cui obiettivi di venerdì erano l’aeroporto di Sknyliv e l’impianto aeromobile a Leopoli), risponderebbe a una strategia di intimidazione verso i Paesi europei pronti a un maggiore coinvolgimento nel conflitto. La crisi approda al Palazzo di Vetro: su richiesta di Kiev, domani il Consiglio di sicurezza dell’Onu terrà una riunione d’emergenza dopo il secondo utilizzo del missile ipersonico.
Sul terreno Kiev, che con Budanov denuncia nuove corruzioni nel sistema di reclutamento, rivendica colpi contro obiettivi strategici, dal deposito petrolifero di Zhutovskay (Volgograd), a centri di comando e depositi droni di Zaporizhzhia e Donetsk. Attacchi incrociati che continuano a gravare soprattutto sui civili: blackout, riscaldamenti spenti e famiglie al gelo, in Ucraina come a Belgorod. Nel Donetsk quattro civili sono morti, e Kiev, in serata, è stata attaccata da droni kamikaze Shahed.
Guerra Ucraina
Il Venezuela, l’Ucraina e quella vecchia proposta di Mosca
Sette anni fa, nel cuore delle tensioni internazionali tra Washington e Mosca, emerse un episodio che oggi torna a fare discutere perché getta una luce inedita sulle dinamiche di potere globali. Durante un’audizione davanti al Congresso degli Stati Uniti nell’ottobre 2019, Fiona Hill, all’epoca responsabile per gli affari russi ed europei al Consiglio di Sicurezza Nazionale sotto la prima amministrazione Donald Trump, raccontò di aver ricevuto da parte russa un’offerta, mai formalizzata, ma dal significato politico evidente.
La vecchia proposta di Mosca
Secondo Hill, funzionari di Mosca avevano suggerito che la Russia avrebbe potuto ritirare o ridurre il proprio sostegno al governo di Nicolás Maduro in Venezuela — dove gli Stati Uniti spingevano per un cambio di regime — in cambio di un tacito “via libero” americano alla libertà d’azione russa in Ucraina, allora già teatro di tensioni dopo l’annessione della Crimea e i conflitti nell’Est del paese. L’idea, secondo quanto riportato, era che se Washington voleva mantenere una sfera d’influenza sul proprio “cortile di casa” latinoamericano, allora avrebbe dovuto accettare la stessa logica per la Russia nel suo “cortile” europeo, con l’Ucraina al centro. “Volete che ce ne andiamo dal vostro cortile? “Allora dovete lasciarci liberi nel nostro”, è stata la sintesi che Hill fece ai legislatori americani di quello che riteneva fosse russo. Hill fu poi inviata a Mosca nel 2019 per respingere tale approccio, con istruzioni chiare: gli Stati Uniti non intendevano collegare le loro politiche su Venezuela e Ucraina, ribadendo che non c’era alcun “accordo” in vista. La Russia, da parte sua, non fece mai una proposta chiara e negoziata, ma inviò circa cento militari e nuove attrezzature per rafforzare il governo di Maduro, segnalando così la determinazione del Cremlino a mantenere il proprio ruolo nella regione.
Un esempio delle tensioni tra vecchie logiche di “sfera d’influenza”
All’epoca, il contesto internazionale era già complesso: gli Stati Uniti riconoscevano Juan Guaidò, come presidente ad interim del Venezuela e spingevano per un cambiamento politico, mentre la Russia e altri alleati di Maduro vedevano nell’America Latina un terreno importante di confronto e opposizione all’influenza americana. Parallelamente, il conflitto ucraino rappresentava una ferita aperta tra Mosca e l’Occidente, con la Russia decisa a mantenere la propria influenza nelle ex repubbliche sovietiche e gli Stati Uniti e la Nato impegnati a sostenere Kyiv contro l’aggressione russa. Questa vicenda – oggi tornata di attualità – è percepita da molti analisti come un esempio delle tensioni tra vecchie logiche di “sfera d’influenza” e i principi di sovranità nazionale e ordine internazionale basato su norme condivise. Secondo alcuni commentatori, l’episodio riflette un’idea molto precisa, secondo cui le potenze globali come Stati Uniti, Cina o Russia possano negoziare propri spazi di predominio, offrendo concessioni su fronti diversi del globo in cambio di vantaggi strategici altrove.
La vecchia narrativa
Per la Russia, in particolare, il richiamo implicito alla Dottrina Monroe fu ribaltato per sostenere l’idea che anche Mosca avesse il diritto di definire una propria area d’influenza, con l’Ucraina come punto centrale. I media e i commentatori russi utilizzarono questa narrativa, secondo Hill, per legittimare l’idea che se gli Stati Uniti potevano intervenire in Venezuela, allora la Russia poteva agire in Europa senza interferenze. Critici occidentali di questa visione sottolineano che una tale logica, se accettata, mina il principio di autodeterminazione dei popoli e rischia di riportare le relazioni internazionali a una sorta di “gioco di potere” tra grandi Stati, in cui le nazioni minori vengono trattate come pedine. La storia di quel presunto “scambio” tra Venezuela e Ucraina, pur non sfociando mai in un accordo concreto, rimane un simbolo di come le grandi potenze tentino di rimodellare gli equilibri globali, a volte al di fuori dei canali diplomatici formali, e di come la narrativa delle aree d’influenza continui a influenzare le strategie di politica estera nel XXI secolo.
L’articolo Il Venezuela, l’Ucraina e quella vecchia proposta di Mosca proviene da Il Riformista.
Guerra Ucraina
Il rebus di chi deve controllare la Russia
L’incontro di Parigi ha introdotto una criticità radicale nelle dinamiche del conflitto. Il problema centrale risiede in un’inversione logica tra garanzie di sicurezza e processo negoziale: la previsione di una presenza militare europea sul terreno crea infatti un vincolo che precede e neutralizza lo spazio della trattativa stessa. Per la Russia, l’accettazione di un cessate il fuoco che preveda, come esito immediato, l’ingresso di truppe europee in territorio ucraino è percepita come una minaccia esistenziale non negoziabile. Poiché tale presenza è considerata inaccettabile dal Cremlino, il cessate il fuoco diventa un evento che preclude il negoziato. La Russia non ha alcun incentivo a interrompere i combattimenti se l’esito garantito è un consolidamento militare della presenza europea ai suoi confini. Pertanto, a meno di un radicale e oggi improbabile ridimensionamento delle ambizioni strategiche di Mosca, l’iniziativa europea rende il cessate il fuoco un traguardo quasi irraggiungibile. In queste circostanze, la posizione europea si spiega con una complessa necessità di posizionamento strategico. In primo luogo, i Paesi europei sono mossi dal timore di un disimpegno strutturale degli Stati Uniti, come ipotizzabile nel caso in cui un accordo tra Stati Uniti e Federazione Russa fosse siglato sopra le loro teste.
In secondo luogo, l’iniziativa risponde alla volontà di costruire una reale sovranità strategica. Guidata principalmente dalla Francia, questa linea mira con il tempo a trasformare l’Unione Europea in un attore di sicurezza di primo piano, capace di gestire le crisi nel proprio vicinato senza dipendere dall’ombrello dell’Alleanza Atlantica.
In questa prospettiva, il disimpegno statunitense ostacolerebbe l’ambizione francese poiché la sua fattibilità dipende anche dalla fiducia degli alleati orientali, che vedono negli Stati Uniti l’unica vera garanzia contro la minaccia russa.
Lo sganciamento statunitense si teme che condurrebbe a una frammentazione della sicurezza continentale anziché a una sua integrazione, esacerbando al contempo le tensioni tra Francia e Germania per la leadership dell’intero blocco. Nel frattempo, questa dinamica genera un’impasse di non facile superamento per gli Stati Uniti, orientati come sono a focalizzarsi su altri quadranti. Qualsiasi intesa con Mosca che ignori la prospettata presenza militare europea risulterebbe incompatibile con la posizione degli Alleati, mentre un accordo che la includesse verrebbe rigettato da Mosca per definizione, riducendo quasi a zero lo spazio di manovra di Washington.
Questa paralisi spiega perché la delegazione statunitense abbia deciso di estraniarsi dalla Lettera d’intenti convenuta a Parigi, evidenziando una frattura profonda tra le due sponde dell’Atlantico. Tale spaccatura si riflette tuttavia anche all’interno dello stesso sistema europeo, dove la mancanza di una visione unitaria ha impedito un consenso unanime sulla reale disponibilità dei singoli Stati a inviare truppe sul terreno.
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