Guerra Ucraina
Cos’è il Geran-5, il missile low-cost impiegato per la prima volta dai russi in Ucraina
Mosca ha impiegato per la prima volta una delle armi che sembrano essere appositamente sviluppate per portare avanti la sua strategia di bombardamento a basso costo dell’Ucraina. Si tratta del missile da crociera/drone a lungo raggio Geran-5, una piattaforma low-cost che rappresenta un ulteriore passo nell’evoluzione della guerra aerea che la Federazione Russa conduce, senza esclusione di colpi, nello scenario ucraino. A renderlo noto è stata l’intelligence militare ucraina, il GUR, che ha diffuso le immagini di un esemplare precipitato durante uno dei raid sferrati all’inizio della scorsa settimana, offrendo agli analisti internazionale la possibilità di dare un primo sguardo concreto alla cellula della nuova arma che si aggiunge agli sciami di droni kamikaze che infestano quasi quotidianamente i cieli di molti settori dell’Ucraina.
Le prime analisi, tra cui citiamo quelle di H.I. Sutton, indicano che il Geran-5 si inserisce in una tendenza ormai consolidata: la creazione di sistemi d’arma in grado di colmare il divario tra droni kamikaze e missili da crociera convenzionali, armi di precisione con un alto livello di sofisticatezza, e, per ovvie ragioni, un alto costo in termini economici.
Il Geran-5 appare come un’evoluzione significativa rispetto ai precedenti sistemi Geran-1 e Geran-2, derivati dagli Shahed-136 iraniani, spinti da una piccola elica azionata da un motore a pistoni. A differenza di questi, infatti, il nuovo modello utilizza la propulsione a reazione, come i più rari Geran-3, risultando più veloce e con una gittata stimata intorno ai 1.000 chilometri. Secondo i dati diffusi dal servizio segreto di Kiev, questo “missile-drone” misura 6 metri e sarebbe in grado di trasportare una testata esplosiva di circa 90 chilogrammi, compatibile con una versione simile, ma con maggiore carico di quella che viene impiegata sui droni Shahed/Geran-2.
Completamente diversa è invece la cellula, basata su quella che sembra essere una fusoliera cilindrica di tipo metallico, decisamente più simile a quella di un missile – come il Flamingo ucraino – che a quella di un drone Geran, basato sul concetto di ala volante. Il Geran-5 è dotato di piccole ali a freccia, soluzione che indica prestazioni complessive moderate, mentre la coda adotta una configurazione “a bombardiere” con timoni a piastra terminale. Questa architettura consente di installare la turbina a getto sopra la fusoliera e un booster di lancio sotto di essa, elemento che rafforza l’ipotesi di un sistema progettato per il lancio da rampe terrestri – come il Flamingo – e in prospettiva anche da piattaforme aeree come gli antiquati, ma resistenti aerei da attacco al suolo Sukhoi Su-25, nome in codice Nato “Frogfoot”, secondo alcune immagini prese in esame e riportate dal sito The War Zone.
Secondo gli analisti, questa scelta suggerisce costi superiori rispetto ai modelli a elica, ma anche una maggiore resistenza strutturale, velocità più elevate e, potenzialmente, migliore efficienza aerodinamica nella corsa sugli obiettivi, che come sappiamo sono centri di comando militari, siti d’importanza strategica, ma anche e soprattutto infrastrutture energetiche critiche che consentono a Mosca di stressare la popolazione civile, costringendola a fare a meno di luce e riscaldamento.
Nonostante i parallelismi tracciati da alcuni osservatori, tra i quali possiamo annoverare gli esperti, il Geran-5 non sembra essere un clone del drone iraniano Karrar. Quest’ultimo ha una cellula più simile a quella di un velivolo tradizionale, trasporta il carico utile sotto la fusoliera ed è concepito per essere riutilizzabile, caratteristiche che lo rendono più complesso e costoso. Se, come appare probabile, il Geran-5 è una sistema unidirezionale, le somiglianze con il Karrar sono da considerarsi più formali che sostanziali. Del resto, anche diversi progetti ucraini di missili-drone a basso costo condividono una configurazione aerodinamica analoga senza essere direttamente correlati.
Nel quadro più ampio del conflitto, quindi, il Geran-5 rappresenta il tentativo russo di ottenere un’arma intermedia tra le “munizioni vaganti”, o loitering munition, economiche e i costosi missili da crociera, capace di saturare le difese aeree e mantenere una pressione costante sugli obiettivi strategici. Non si tratta di un sistema rivoluzionario, ma di un’evoluzione pragmatica che privilegia quantità, semplicità e sostenibilità industriale. In questo senso, il Geran-5 non è solo un nuovo vettore, ma l’ennesima conferma di come la guerra in Ucraina stia ridefinendo il concetto stesso di guerra nel terzo dominio.
Guerra Ucraina
Il pragmatismo di Kyiv (trattare, adattarsi, resistere) e la solita retorica europea
Mentre l’attenzione del mondo torna a concentrarsi sul Medio Oriente e sull’escalation con l’Iran, una decisione apparentemente tecnica del Dipartimento del Tesoro americano ricorda quanto la geopolitica reale sia distante dal linguaggio della politica europea. Il 5 marzo Washington ha autorizzato temporaneamente la vendita di petrolio russo verso l’India per carichi già imbarcati. Una deroga limitata alle sanzioni, ma anche il segno di una verità che la guerra in Ucraina ha reso evidente: nei conflitti contano gli interessi prima delle dichiarazioni. E chi combatte lo sa meglio di chi osserva.
C’è un paradosso nella guerra in Ucraina che l’Europa sembra faticare a riconoscere. Mentre molti leader europei continuano a parlare il linguaggio dei valori, il presidente ucraino è costretto a muoversi dentro quello molto più duro degli interessi. È il paradosso della politica internazionale in tempo di guerra: chi combatte non può permettersi la retorica. Negli ultimi mesi questa frattura è diventata sempre più evidente. Da una parte l’Unione europea procede con nuovi pacchetti di sanzioni contro Mosca, arrivati ormai al diciannovesimo, ribadendo la condanna politica dell’aggressione russa e la difesa dell’ordine internazionale. Dall’altra, il governo ucraino cerca di mantenere aperti tutti i canali possibili con Washington, anche quando il clima politico negli Stati Uniti cambia e quando Donald Trump arriva a definire proprio Volodymyr Zelensky il principale ostacolo alla pace.
Ma mentre il dibattito europeo resta concentrato sulla dimensione normativa del conflitto, la realtà geopolitica si muove molto più velocemente. L’escalation in Medio Oriente e il confronto con l’Iran stanno ridefinendo le priorità strategiche delle grandi potenze, riportando al centro energia, rotte commerciali e stabilità dei mercati globali. Il greggio che prima arrivava in Europa oggi si dirige soprattutto verso Asia e Medio Oriente. Russia, Cina e India hanno ridisegnato una parte dei flussi energetici globali, mentre l’Europa continua a muoversi dentro un quadro prevalentemente normativo.
Le sanzioni hanno avuto effetti reali sull’economia russa, soprattutto nel settore tecnologico e finanziario. Ma non hanno fermato la guerra né hanno isolato completamente Mosca. Hanno piuttosto accelerato la formazione di nuovi equilibri economici globali. È qui che emerge la differenza tra chi combatte e chi osserva. Per l’Ucraina la priorità non è difendere una posizione morale ma sopravvivere come Stato. Questo significa negoziare con chiunque possa influire sul sostegno militare e finanziario: l’amministrazione americana attuale, quella futura, i governi europei, le potenze regionali. In guerra il pragmatismo non è una scelta, è una necessità.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, continuano a ragionare come una potenza globale. Anche mentre guidano il sistema delle sanzioni contro Mosca, gestiscono gli equilibri dei mercati energetici e i rapporti con paesi come India e Cina, soprattutto in un momento in cui la stabilità del Medio Oriente torna a essere una variabile decisiva per l’economia mondiale.
L’Europa invece tende a interpretare il conflitto soprattutto come una battaglia per i valori democratici e per il diritto internazionale. Una posizione coerente con la sua storia politica e con il suo progetto di integrazione. Ma anche una posizione che spesso si esprime con un linguaggio più forte degli strumenti di potere disponibili.
Nel sistema internazionale che sta emergendo contano meno le dichiarazioni di principio e molto di più le risorse materiali. Energia, industria, capacità militare. La Russia continua a esercitare il suo potere attraverso le materie prime. Gli Stati Uniti attraverso la leva strategica e militare. La Cina attraverso la produzione industriale. L’Europa resta soprattutto una potenza normativa.
Ed è forse questo il vero nodo che le crisi simultanee in Ucraina e in Medio Oriente stanno mettendo a nudo. Non solo la brutalità delle guerre in corso, ma anche i limiti di un continente che ha costruito la propria influenza più sul linguaggio delle regole che su quello della forza. Nel frattempo, chi combatte non ha il lusso delle categorie teoriche. Deve fare politica nel senso più antico del termine: trattare, adattarsi, resistere.
Per questo il pragmatismo ucraino appare oggi più realistico della retorica europea. Non perché i valori contino meno, ma perché in guerra sopravvive chi riesce a trasformarli in potere. L’Europa oggi deve decidere se limitarsi a difendere i propri principi o se trovare finalmente gli strumenti per renderli forza politica. È una domanda che riguarda non solo la guerra in Ucraina, ma il ruolo stesso del continente nel mondo che sta emergendo.
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Guerra Ucraina
Guerra Russia-Ucraina, i network delle reti criminali: riciclaggi, società schermo e traffico di minori
La guerra in Ucraina è il laboratorio più evidente di guerra ibrida nel XXI secolo. Missili e droni convivono con sanzioni, propaganda, cyber-attacchi e operazioni clandestine. In questo mosaico, le reti della criminalità organizzata russa sono un vero moltiplicatore di potenza. Nate nel caos post-sovietico degli anni ’90, queste strutture si sono evolute da cartelli orientati al profitto a strumenti integrati in una più ampia architettura di potere.
Nel conflitto, tali reti operano come canali paralleli per aggirare le sanzioni, movimentare capitali, acquisire beni a duplice uso e sostenere operazioni non ufficiali. Sabotaggi, interferenze informatiche e campagne di influenza possono essere attribuiti a soggetti opachi, riducendo il costo diplomatico diretto. Per l’Europa, questo significa confrontarsi non solo con uno Stato aggressore, ma con un ecosistema transnazionale capace di infiltrarsi nei mercati e destabilizzare infrastrutture. Il cuore della questione è finanziario. Le reti criminali garantiscono circuiti di riciclaggio, triangolazioni commerciali e società schermo che permettono di mantenere flussi economici vitali nonostante le restrizioni occidentali. Questi network agiscono anche come proxy destabilizzanti nei Paesi che sostengono Kyiv. Non necessariamente con azioni eclatanti, ma attraverso pressioni diffuse: interferenze nei sistemi informativi, infiltrazioni in segmenti della supply chain, operazioni opache nei mercati energetici e immobiliari.
In una prospettiva liberale ed europeista, la risposta non può essere solo securitaria. Serve un rafforzamento della cooperazione giudiziaria e finanziaria europea. Difendere l’Ucraina significa anche proteggere lo stato di diritto dentro l’Unione, senza scivolare in logiche emergenziali permanenti. Il rischio, nello scenario peggiore, è che la fusione tra Stato e criminalità diventi strutturale e che la guerra ibrida si trasformi in un conflitto prolungato a bassa intensità, in cui il confine tra economia legale e illegale si fa sempre più labile. Il conflitto ha aperto poi un fronte ancora più sensibile: il trasferimento di minori ucraini verso territori sotto controllo russo o verso la Federazione Russa. Secondo le autorità di Kyiv, si tratterebbe di circa 20.000 bambini. Nel marzo 2023, la Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto per il crimine di guerra di deportazione e trasferimento illegale di minori da territori occupati. Non è una sentenza definitiva, ma il riconoscimento della presenza di elementi sufficienti per procedere. In alcune ricostruzioni, se dimostrata la sistematicità, tali condotte potrebbero integrare anche crimini contro l’umanità.
In uno scenario positivo, la pressione diplomatica e strumenti tecnici – inclusi meccanismi di identificazione e mediazione di Paesi terzi – potrebbero favorire restituzioni progressive e verificabili. Nello scenario peggiore, il tempo consoliderebbe il fatto compiuto. Inserimenti in famiglie, modifiche dello status personale e percorsi di integrazione renderebbero sempre più difficile il ritorno. L’opacità informativa aumenterebbe i costi di tracciamento, trasformando la contestazione internazionale in un gesto simbolico. Per l’Europa, la lezione è duplice. La guerra ibrida richiede strumenti integrati – finanziari, giudiziari, diplomatici – capaci di colpire il nesso tra Stato e criminalità. E la difesa dell’ordine internazionale non è astratta, ma una concreta tutela di persone e diritti. Sostenere l’Ucraina significa difendere un principio fondamentale: che la forza non possa riscrivere le regole.
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Guerra Ucraina
Washington spinge, l’Ue in cortocircuito: militari in Ucraina solo con l’ok di Putin
C’è un paradosso che aleggia sui negoziati di Ginevra: per fermare Putin, l’Occidente sembra aver bisogno del suo permesso. L’indiscrezione pubblicata dal Telegraph ha il sapore della resa preventiva: un numero crescente di Paesi della «Coalizione dei Volenterosi» sarebbe disposto a schierare truppe di peacekeeping solo con l’assenso di Mosca. In altre parole, la forza nata per dissuadere il Cremlino da nuove offensive avrebbe bisogno del via libera dello stesso leader che dovrebbe contenere. Il cortocircuito è evidente e politicamente devastante.
In parallelo, Donald Trump ha parlato con Zelensky, che intanto incassa la solidarietà di Israele, ribadendo l’obiettivo: chiudere la guerra, e farlo in fretta. Il tono è netto, la linea politica pure: accelerare. Ma il segretario di Stato Rubio avverte che la pazienza della Casa Bianca «ha un limite». Washington vuole un accordo. Entro il 4 luglio, assicurano fonti vicine al tycoon. Una data tutt’altro che casuale per l’America.
A Mosca, però, non c’è tutta questa fretta. Ad agosto, ad Anchorage, russi e americani avrebbero abbozzato un’intesa di principio sul Donbass: sotto controllo russo dentro un accordo complessivo. Un compromesso territoriale mai formalizzato, ma sufficiente a cambiare la logica del negoziato. Il Cremlino non tratta per resistere: tratta per consolidare. L’unica concessione fin qui accettata è lo scambio delle salme: mille corpi restituiti a Kiev in cambio di trentacinque rientrati in Russia.
Sul fronte di Ginevra il negoziato si è mosso su tre tavoli. Il primo, bilaterale Usa-Ucraina: per Washington Witkoff e Kushner, per Kiev Umerov. Il secondo, passaggio preparatorio verso un trilaterale con Mosca. Il terzo, faccia a faccia tra gli americani e l’inviato del Cremlino Dmitriev, anche sul dossier delle pressioni Usa contro il colosso petrolifero Lukoil. Nessun commento ufficiale sui risultati da parte di Dmitriev. Il prossimo summit, lo svela Zelensky in serata, avrà luogo ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi, nei primi giorni di marzo, e vedrà la partecipazione dei tre attori. Ma la dinamica resta asimmetrica: Washington vuole chiudere, Kiev pretende garanzie, Mosca consolida. «Con il team economico elaboreremo un pacchetto per la prosperità e la ripresa dell’Ucraina», ha rivelato Witkoff, dicendosi «fermamente convinto» della possibilità di un faccia a faccia tra Zelensky e Putin: «Sarebbe il passo più significativo verso la soluzione». Prima, però, serve un cessate il fuoco garantito. Da Mosca, il ministro degli Esteri Lavrov assicura che su un vertice a due non ci sono ostacoli, ma neppure scadenze imposte. La portavoce Maria Zakharova liquida un possibile coinvolgimento dell’Europa con sarcasmo: «Stiano sotto il tavolo, nessuno li ha invitati. L’Ue è un collettivo di pazzi».
E proprio Bruxelles appare divisa: tra chi evoca missioni di peacekeeping e chi frena sulla spesa militare. La Commissione prepara nuove strette energetiche, mentre Budapest si mostra possibilista sui 90 miliardi per Kiev e propone una missione di verifica sull’oleodotto. Il 15 aprile l’esecutivo Ue presenterà la proposta per lo stop definitivo al petrolio di Mosca.
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