Cultura e fashion
Milano, MUDEC Photo, apre la mostra “Short & Sweet”, il mondo visto da Martin Parr
Milano, MUDEC Photo, apre la mostra “Short & Sweet”, il mondo visto da Martin Parr.
Apre al pubblico da sabato 10 febbraio, negli spazi di MUDEC Photo la mostra di Martin Parr “Short & Sweet”, promossa dal Comune di Milano-Cultura e prodotta da 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE.
Martin Parr, classe 1952, uno dei fotografi documentaristi britannici più affermati e riconosciuti del nostro tempo, presenta in questa mostra oltre 60 fotografie selezionate appositamente per questo progetto.
Le immagini sono presentate insieme all’installazione “Common Sense”, una selezione di oltre 200 fotografie in formato A3, che offrono uno studio ravvicinato del consumo di massa e della cultura dello spreco. Completa il percorso un’intervista inedita a cura della storica e critica della fotografia Roberta Valtorta, che ripercorre la carriera di uno dei più famosi fotografi della nostra epoca.
Attraverso i suoi progetti più noti, Martin Parr documenta la società contemporanea occidentale, e in particolare europea, grazie a una cronaca fotografica tagliente, a volte ironica e a volte feroce, che ne mette in luce le pieghe più contraddittorie.
Il percorso espositivo si apre ‘in bianco e nero’, ovvero con “The Non Conformists”, la serie di immagini scattate dal 1975 al 1980 da un giovane e ispirato Parr, appena terminata la scuola d’arte. Per questo progetto, l’autore ha girato per cinque anni nelle periferie dello Yorkshire, documentando quotidianamente gli eventi a cui assisteva, in particolare quelli dei “Non Conformisti”, dal nome delle cappelle metodiste e battiste che stavano diventando numerose nella zona. Martin fotografa sia l’ambiente circostante che le vite dei colletti blu di operai, minatori, agricoltori, devoti, guardiacaccia, allevatori di piccioni e “mariti presi per il naso”, realizzando un documento storico e toccante che definisce il carattere decisamente indipendente dell’Inghilterra settentrionale dall’anglicismo di Stato.
Prima di approdare alle più conosciute serie a colori, la mostra prosegue con l’ultimo progetto in bianco e nero sviluppato da Parr, “Bad Weather”, realizzato tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, e pubblicato nel 1982. L’idea di Parr era quella di creare un lavoro incentrato su un’ossessione britannica: il tempo atmosferico. La serie unisce infatti espressioni e reazioni delle persone che vivono costantemente sopportando temperature pungenti e clima uggioso. Parr, anche qui, rivolge lo sguardo all’umanità piuttosto che all’iconico e ben noto paesaggio britannico.
Il primo progetto a colori di Parr è “The Last Resort” (1982-85), reportage dal gusto ironico e amaro condotto dal fotografo sulle spiagge di Brighton, sobborgo balneare di Liverpool, nella metà degli anni ’80, ovvero in un periodo di profondo declino economico. Tra satira e crudeltà – non priva di una certa tenerezza per i suoi connazionali – Parr ritrae famiglie a basso reddito in vacanza, dando corpo a un reportage spietato e lucido sulla fine del mondo operaio e dei suoi valori, nonché sull’avvento di una nuova concezione consumistica della vita. Probabilmente il suo lavoro più famoso, “The Last Resort” è il primo esempio del caratteristico e audace colore saturo di Parr, che aggiunge energia e vitalità alle sue immagini.
Sullo stesso registro si mantiene l’installazione “Common Sense”, riedizione site-specific di un suo lavoro del 1999, che combina tutti gli elementi che hanno caratterizzato la fotografia di Parr negli anni Settanta e Ottanta, seguendo il filo dell’ossessiva ricerca di ciò che considerava stonato e assurdo nella società a lui contemporanea. Parr eccelle qui nella rappresentazione del cattivo gusto e della volgarità, che riconosce e coglie con un sarcasmo senza precedenti, soprattutto grazie a una maniacale attenzione ai dettagli.
Negli anni Novanta lo sguardo di Martin Parr si rivolge al resto del mondo e allo strano universo del turismo di massa. La serie “Small World” (1989 – 2008) ci conduce infatti nei siti turistici più frequentati e famosi, mostrando la differenza tra la mitologia idealizzata del luogo e la realtà depredata dall'(ab)uso che il turista fa del luogo stesso. In questa serie, il fotografo segue le orme del turista “medio” e tenta di rivelare la grande farsa del viaggio, che è, per la maggior parte delle persone, nient’altro che un’attività di svago, resa possibile solo di recente grazie alle compagnie aeree a basso costo.
Con la serie “Everybody Dance Now” (1986 -2018), Martin Parr unisce fotografia e danza. La serie è il frutto di una ricerca di oltre trent’anni che ha visto Parr – da San Paolo in Brasile alle isole scozzesi, tra il 1986 e il 2018 – immortalare diversi tipi di ballo, lezioni di aerobica, feste in ogni parte, danze del tè. Emerge dai suoi scatti una folle energia, che si manifesta senza riserve e pudori.
L’Inghilterra è sempre stata il soggetto preferito di Martin Parr. Le sue numerose serie fotografiche – comiche, dogmatiche, affettuosamente satiriche e colorate – documentano cosa significa essere inglese oggi. Con la recente serie “Establishment” (2010 – 2016), l’artista prosegue il progetto di rappresentare, sempre a suo modo, l’establishment britannico, le élite che governano il Paese e i loro rituali. Ecco, dunque, i luoghi e i personaggi della politica, le sedi del potere, le università più famose: la ricerca mette crudamente in luce, come è tipico di Parr, le convenzioni sociali, i cliché, il modo di vestire, le ossessioni e le tradizioni che si riconoscono negli arredi e negli oggetti.
Si prosegue con un soggetto “classico” di Parr: la spiaggia. La serie “Life’s a Beach” (2013) mostra scatti provenienti dalle spiagge di tutto il mondo, in un caleidoscopio di corpi svestiti. La serie “Fashion”, infine, raccoglie immagini prodotte in Europa, negli Stati Uniti, in Africa e in Asia tra il 1999 e il 2019 per riviste di moda e in occasione di sfilate. Come sempre, al di là degli abiti, il suo interesse è per le persone, le loro espressioni e le loro manie.
Il catalogo della mostra “Martin Parr. Short & Sweet”, edito da 24 ORE Cultura, è disponibile presso il bookshop della mostra, nelle librerie e online.
Cultura e fashion
Milano-Cortina 2026, tregua olimpica e appello alla pace: il monito di Mattarella
Con l’avvicinarsi delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026, torna al centro una tradizione che intreccia sport e politica internazionale: la tregua olimpica. Nel clima globale segnato da conflitti e tensioni, l’idea di sospendere le ostilità durante i Giochi assume il valore di un messaggio pubblico e simbolico, ma anche di una richiesta concreta rivolta agli Stati: creare uno spazio temporaneo di sicurezza e di dialogo, almeno per il tempo necessario a garantire lo svolgimento delle competizioni e la partecipazione degli atleti.
La voce di Papa Leone XIV e la fratellanza come orizzonte
Il primo richiamo, in questa fase di avvicinamento, è arrivato dal Pontefice, che ha evocato la cessazione delle ostilità e dei conflitti armati nel mondo, definendo le Olimpiadi un potente messaggio di fratellanza capace di riaccendere la speranza di un mondo in pace. L’intervento si inserisce in un filone costante della diplomazia vaticana: l’idea che i grandi eventi globali possano trasformarsi in piattaforme morali, in grado di richiamare l’attenzione non solo sui risultati sportivi, ma anche sulla responsabilità collettiva davanti alle guerre e alle sofferenze delle popolazioni civili.
Sergio Mattarella e l’“ostinata determinazione” per rispettare la tregua
A rafforzare l’appello è intervenuto il Capo dello Stato italiano, chiedendo “con ostinata determinazione” che la tregua olimpica venga rispettata ovunque e che la “forza disarmata dello sport” faccia tacere le armi. Nel suo ragionamento, i Giochi hanno un peso specifico nell’epoca delle comunicazioni globali: parlano a pubblici vastissimi, generano identificazione, creano narrazioni condivise e, proprio per questo, possono diventare uno strumento coinvolgente per invocare pace e comprensione reciproca.
La cornice della 145ª sessione del Comitato Olimpico Internazionale e il valore simbolico della città
Le parole presidenziali sono state pronunciate durante la cerimonia d’apertura della 145ª sessione del CIO, passaggio formale e insieme altamente scenografico nella “settimana olimpica” milanese. La presenza delle istituzioni nella cornice del Teatro alla Scala ha sottolineato la volontà di trasformare l’avvicinamento ai Giochi in un racconto pubblico: non solo logistica e impianti, ma un discorso identitario che lega l’ospitalità italiana, la cultura e la dimensione universale dell’evento sportivo.
Un messaggio al “tempo difficile”: guerre, fratture e coscienze ferite
Nel passaggio più politico del suo intervento, Mattarella ha definito le Olimpiadi un grande evento globale che parla al nostro tempo, segnato da guerre, lacerazioni della vita internazionale, squilibri e sofferenze che “recarono oscurità” e “feriscono le coscienze dei popoli”. È in questo contesto che lo sport, nel suo racconto, diventa l’opposto delle barriere e dell’incomunicabilità: produce gioia e passione, richiama rispetto per l’altro, invita a misurarsi con i propri limiti senza trasformare la competizione in violenza.
La citazione di Martin Luther King Jr. e l’idea di una pace “praticata”
Nel discorso presidenziale, la frase “Dobbiamo essere la pace che desideriamo vedere nel mondo” viene usata come snodo etico: non basta invocare la pace, occorre incarnarla. Il richiamo funziona da ponte tra il piano simbolico e quello comportamentale: la tregua olimpica non è soltanto un voto espresso in sede internazionale, ma un invito a sospendere la logica del nemico e a riconoscere nell’altro un interlocutore. In questo senso, l’evento sportivo diventa una metafora in movimento di ciò che dovrebbe accadere anche fuori dagli stadi e dalle piste.
Le radici antiche dell’ekecheiria e la sicurezza del viaggio verso Olimpia
L’idea della tregua olimpica affonda nell’antica Grecia, quando la cosiddetta “ekecheiria” venne associata alla sospensione delle ostilità per consentire un viaggio sicuro ad atleti e spettatori diretti a Olimpia. In origine, quindi, la tregua è una misura di tutela prima ancora che un principio: garantisce l’accesso ai Giochi e riduce il rischio che la guerra impedisca l’incontro tra città-stato rivali. La sua forza storica, ancora oggi, sta nel trasformare un’esigenza pratica in un simbolo capace di attraversare i secoli.
Dal rilancio nel Novecento alla Assemblea generale delle Nazioni Unite
Nel secondo Novecento, con il moltiplicarsi dei conflitti regionali e la crescente dimensione globale delle Olimpiadi, la tregua è stata riproposta come appello internazionale. Un passaggio chiave arriva nel 1993 con la Risoluzione A/RES/48/11, che invita gli Stati membri a osservare la tregua nel periodo che va dal settimo giorno prima dell’apertura dei Giochi al settimo giorno dopo la chiusura. La Risoluzione diventa così un dispositivo diplomatico ricorrente: viene ripresentata a ogni Olimpiade come gesto formale e come segnale politico di adesione all’ideale di pace.
La risoluzione per Giochi Paralimpici Invernali 2026 e la richiesta italiana alle Nazioni Unite
In vista di Milano-Cortina, l’Italia ha presentato alle Nazioni Unite una richiesta formale di rispetto della tregua olimpica per l’intera finestra dei Giochi, includendo anche le Paralimpiadi. La risoluzione è stata adottata per consenso, con un ampio sostegno internazionale e in coordinamento con gli organismi olimpici. Il passaggio all’ONU non è soltanto un atto procedurale: è la traduzione istituzionale di un messaggio che, nelle intenzioni del Paese ospitante, deve accompagnare l’evento dall’inaugurazione fino all’ultima gara.
Le sedi dei Giochi come “geografia della speranza” tra città e montagne
Nel racconto presidenziale, la speranza veicolata dallo sport assume anche una dimensione territoriale: dalle sedi urbane alle località alpine. È un modo per dire che l’evento non appartiene a un solo luogo, ma a una rete di comunità che si prepara ad accogliere delegazioni e pubblico. La mappa dei Giochi, tra poli metropolitani e scenari dolomitici, diventa così parte del messaggio: una promessa di incontro tra culture, lingue e tradizioni in un contesto che, almeno durante la competizione, dovrebbe restare protetto dalla violenza.
Il filo istituzionale: sport, valori repubblicani e responsabilità dell’accoglienza
Nel passaggio finale del suo intervento, Mattarella collega i valori olimpici — lealtà, inclusione, fraternità — alla storia repubblicana italiana, ribadendo la responsabilità dell’accoglienza e la centralità dell’esempio degli atleti per le nuove generazioni. È un’impostazione che punta a “politicizzare” lo sport nel senso più alto del termine: non propaganda, ma costruzione di un linguaggio comune capace di unire invece di dividere. La tregua olimpica, in questa chiave, resta un simbolo imperfetto, ma necessario: non ferma le guerre da sola, però ricorda a tutti che l’alternativa alla violenza esiste ed è praticabile, almeno per un tempo e in un luogo condivisi.
Cultura e fashion
Metafisica/Metafisiche a Palazzo Reale: a Milano oltre 400 opere per la mostra-evento del 2026
Milano – Un viaggio monumentale nella storia e nelle infinite diramazioni della Metafisica prende forma nel cuore della città. Da mercoledì 28 gennaio fino al 21 giugno 2026, Palazzo Reale ospita la grande mostra “Metafisica/Metafisiche”, un progetto espositivo di respiro internazionale che riunisce oltre 400 opere provenienti da più di 150 istituzioni tra musei, archivi, gallerie e collezioni private.
Curata da Vincenzo Trione, l’iniziativa mette in dialogo i maestri storici della Metafisica con gli artisti che, nel corso del Novecento e del XXI secolo, ne hanno raccolto e trasformato l’eredità, attraversando linguaggi, discipline e confini geografici.
Un progetto diffuso tra i grandi musei di Milano
La mostra rientra nel programma culturale dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali Milano Cortina 2026 ed è promossa dal Ministero della Cultura e dal Comune di Milano. La produzione coinvolge Palazzo Reale, Museo del Novecento, Palazzo Citterio (Grande Brera) e Gallerie d’Italia – Milano, con Electa come editore del catalogo ufficiale.
A Palazzo Reale il percorso principale si sviluppa in un allestimento imponente che include dipinti, sculture, fotografie, disegni, oggetti di design, plastici architettonici, video, fumetti, riviste e vinili, offrendo una visione totale della Metafisica come fenomeno culturale e non solo pittorico.
Dai fondatori agli echi contemporanei
Il cuore della mostra è dedicato al gruppo storico nato a Ferrara nel 1917, con opere di Giorgio de Chirico, Alberto Savinio, Carlo Carrà, Filippo de Pisis e Giorgio Morandi.
Accanto a loro, un ampio panorama internazionale racconta come la Metafisica abbia influenzato generazioni di artisti: da Mario Sironi e Felice Casorati, a René Magritte, Max Ernst, Salvador Dalí fino a Andy Warhol.
Il dialogo arriva al presente con figure come Mimmo Paladino, Giulio Paolini, Jannis Kounellis, Francesco Vezzoli, estendendosi a architettura, fotografia, cinema, teatro, moda e musica.
Metafisica e Milano: un dialogo lungo un secolo
Al Museo del Novecento, il progetto approfondisce il rapporto tra la Metafisica e Milano, città-laboratorio in cui de Chirico, Savinio e Carrà operarono intensamente. Disegni, bozzetti scenografici per il Teatro alla Scala, materiali d’archivio e fotografie d’epoca restituiscono un legame profondo tra arte e spazio urbano.
Alle Gallerie d’Italia – Milano è previsto un omaggio a Morandi attraverso le fotografie di Gianni Berengo Gardin, mentre Palazzo Citterio ospita una videoinstallazione sonora e sculture di William Kentridge.
Una città-museo tra passato e visione
Come sottolineato dall’assessore alla Cultura Tommaso Sacchi, il progetto disegna una vera e propria “mappa sentimentale” che collega piazza Duomo a Brera, invitando cittadini e visitatori a vivere Milano come museo diffuso, capace di connettere memoria storica e immaginazione contemporanea.
Cultura e fashion
Ice alle Olimpiadi Milano-Cortina 2026, scontro politico e informativa di Piantedosi alla Camera
La possibile presenza in Italia di agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice) in occasione delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 continua ad alimentare un acceso dibattito politico e istituzionale. Tutto nasce dalle rivelazioni di Il Fatto Quotidiano, secondo cui funzionari dell’agenzia federale statunitense sarebbero coinvolti nella tutela delle delegazioni Usa durante l’evento olimpico. Da allora, prese di posizione, smentite, precisazioni e proteste si sono susseguite senza sosta, trasformando la questione in un caso politico nazionale.
A chiarire il perimetro dell’intervento è intervenuto anche un portavoce dell’Ice, che all’agenzia Afp ha spiegato come, durante i Giochi, l’Homeland Security Investigations fornirà supporto al Servizio di Sicurezza Diplomatica del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e al Paese ospitante per individuare e mitigare eventuali rischi legati alle organizzazioni criminali transnazionali. È stato ribadito che l’Ice non svolgerà operazioni di controllo dell’immigrazione all’estero e che ogni attività di sicurezza resterà sotto l’autorità italiana.
La posizione del Viminale e l’incontro con l’ambasciatore Usa
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha più volte chiarito che l’Ice “in quanto tale” non opererà mai sul territorio italiano. Un concetto ribadito anche dopo l’incontro al Viminale con l’ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, Tilman J. Fertitta. Durante il colloquio è stato confermato che gli eventuali esperti dell’Homeland Security Investigations saranno analisti non operativi, privi di qualsiasi potere di ordine pubblico, impegnati esclusivamente in attività di supporto informativo e di consultazione delle banche dati statunitensi.
Secondo quanto comunicato dal Ministero dell’Interno, gli Stati Uniti allestiranno una sala operativa presso il proprio Consolato a Milano, dove opereranno rappresentanti di diverse agenzie americane in coordinamento con gli ufficiali di collegamento italiani. Nessuna pattuglia, nessuna attività sul territorio: la sicurezza pubblica, ha ribadito Piantedosi, sarà garantita esclusivamente da Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza.
Piantedosi riferirà alla Camera il 4 febbraio
Alla luce delle polemiche e delle richieste dei gruppi parlamentari, il ministro Piantedosi ha dato la propria disponibilità a rendere un’informativa urgente alla Camera dei deputati mercoledì 4 febbraio alle ore 17. Un passaggio che si preannuncia delicato, nel quale il titolare del Viminale dovrà chiarire definitivamente natura, limiti e modalità dell’eventuale presenza di funzionari Ice durante i Giochi olimpici.
Tajani: “Collaborazione tecnica, non ordine pubblico”
Sul tema è intervenuto più volte anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha cercato di smorzare i toni parlando di una collaborazione tecnica già vista in altri grandi eventi internazionali. Tajani ha sottolineato come non vi sia alcuna cessione di sovranità e che gli agenti americani non svolgeranno funzioni di ordine pubblico. Secondo il vicepremier, si tratta di pochi funzionari specializzati in antiterrorismo e cooperazione informativa, destinati a lavorare esclusivamente all’interno delle sale operative.
La dura opposizione del sindaco Sala
Di tutt’altro avviso il sindaco di Milano Giuseppe Sala, che ha espresso una contrarietà netta e senza sfumature. Intervenendo ai microfoni di Rtl 102.5 e Sky TG24, Sala ha dichiarato di non sentirsi tutelato dal ministro dell’Interno e ha definito l’Ice “una milizia che uccide”, sostenendo che i suoi agenti non sarebbero allineati al modello democratico italiano di gestione della sicurezza. Per il primo cittadino, l’Italia dovrebbe avere il coraggio di dire no alla presenza ufficiale dell’agenzia americana sul proprio territorio.
Fontana e Malagò: fiducia nel Governo e fatti “tecnici”
A difesa dell’operato del Viminale è intervenuto il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, che ha espresso piena fiducia in Piantedosi e ha ricordato come, in occasione di grandi eventi, sia normale una cooperazione internazionale tra forze di sicurezza, sempre sotto il controllo delle autorità italiane.
Sulla stessa linea anche il presidente della Fondazione Milano Cortina 2026 Giovanni Malagò, che ha definito la questione come un fatto esclusivamente tecnico, legato alla protezione di singole personalità statunitensi e non alla sicurezza generale delle Olimpiadi.
La petizione e la protesta politica
Intanto cresce la mobilitazione civile. Ha superato quota 15mila firme la petizione “Negare l’ingresso ai membri dell’Ice per Milano Cortina 2026”, lanciata su Change.org e promossa da Francesco Ascioti, segretario milanese di Azione. Secondo i promotori, la presenza dell’Ice rischierebbe di compromettere i valori universali dello spirito olimpico, alla luce delle accuse di violazioni dei diritti umani mosse all’agenzia negli Stati Uniti.
Anche le opposizioni parlamentari, dal Partito Democratico al Movimento 5 Stelle fino ad Alleanza Verdi e Sinistra, hanno annunciato iniziative politiche e simboliche, come l’uso in Aula delle spillette “Ice Out”. Il deputato dem Matteo Mauri ha parlato di improvvisazione da parte del Governo e ha chiesto l’esclusione di qualsiasi presenza operativa dell’Ice sul territorio italiano.
Un nodo politico destinato a restare centrale
Nonostante le rassicurazioni ufficiali, la questione Ice resta un nodo politico sensibile, destinato ad accompagnare il percorso verso Milano-Cortina 2026. Tra esigenze di cooperazione internazionale, tutela della sovranità nazionale e sensibilità sui diritti umani, il Governo sarà chiamato a trovare un equilibrio capace di rassicurare alleati e cittadini. L’informativa del 4 febbraio in Parlamento rappresenterà un passaggio chiave per fare chiarezza definitiva su uno dei temi più controversi alla vigilia dei Giochi.
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