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Suicidio assistito in Italia: primo caso con comando oculare, morta “Libera”

Suicidio assistito in Italia: primo caso con comando oculare, morta "Libera"

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In Italia si registra il primo suicidio medicalmente assistito effettuato con un dispositivo a comando oculare. Libera, nome di fantasia di una donna toscana di 55 anni con sclerosi multipla in fase avanzata, è morta il 25 marzo nella propria abitazione dopo essersi autosomministrata un farmaco letale grazie a un macchinario sviluppato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche. È la quattordicesima persona nel Paese ad accedere alla procedura e la seconda in Toscana; i familiari hanno richiesto massimo rispetto della privacy.

Sclerosi multipla avanzata e assenza di autonomia motoria

Il quadro clinico era segnato da una paralisi completa dal collo in giù dovuta alla sclerosi multipla. Questa condizione annullava ogni movimento volontario, compresa la possibilità di premere il pulsante normalmente impiegato per avviare la procedura di autosomministrazione del farmaco. Proprio l’impossibilità di attivare il comando ha rappresentato il punto cruciale, rendendo indispensabile una soluzione tecnologica alternativa che mantenesse fermo il requisito essenziale dell’autosomministrazione.

Due anni di passaggi tra giudice ordinario e Consulta

L’esito finale è arrivato dopo un percorso lungo e articolato, durato circa due anni. Nel luglio 2024 Libera aveva ricevuto dalla USL Toscana Nord Ovest l’idoneità per il suicidio assistito; tuttavia, non potendo agire in autonomia, ha presentato ricorso al tribunale di Firenze chiedendo un intervento del medico. Il giudice ha quindi sollevato una questione di legittimità costituzionale sull’articolo 579 del codice penale, che riguarda l’omicidio del consenziente.

Nel luglio 2025 la Corte Costituzionale è intervenuta chiedendo di accertare se esistessero strumenti in grado di consentire l’autosomministrazione anche in presenza di immobilità totale. Tale indicazione ha avviato una nuova fase, al tempo stesso tecnica e giuridica, orientata a individuare soluzioni praticabili e verificabili.

CNR e innovazione: la soluzione tecnica che ha reso possibile l’atto

In seguito alle indicazioni dei giudici, il tribunale di Firenze ha affidato al Consiglio Nazionale delle Ricerche l’incarico di progettare un dispositivo adeguato. Il macchinario è stato completato entro la fine del 2025, quindi collaudato nel marzo 2026 e consegnato alla paziente tramite la struttura sanitaria competente, con verifiche e passaggi formali definiti.

Il sistema utilizza un puntatore oculare collegato a una pompa infusionale, capace di convertire lo sguardo in un comando digitale. Così Libera ha potuto attivare autonomamente l’infusione endovenosa del farmaco, superando i vincoli imposti dalla tetraparesi spastica e rimanendo dentro i requisiti previsti dalla normativa vigente.

Assistenza legale e accompagnamento dell’Associazione Luca Coscioni

Nel percorso ha avuto un peso determinante il supporto dell’Associazione Luca Coscioni, presente fin dall’inizio. Il collegio legale coordinato da Filomena Gallo ha promosso le iniziative necessarie per il riconoscimento del diritto della paziente, contribuendo a portare la questione davanti alla Corte costituzionale e alle istituzioni sanitarie, con un lavoro giuridico e procedurale continuativo.

Le parole lasciate da Libera: dignità, tempi e diritti

Prima della morte, la donna ha consegnato un messaggio all’Associazione Luca Coscioni, spiegando la durezza dell’iter e il valore attribuito alla propria decisione. Ha espresso la speranza che nessuno debba più attendere due anni per esercitare un diritto già riconosciuto, sottolineando il peso dell’attesa e delle azioni legali necessarie.

Nel testo ha richiamato dignità e diritti, auspicando che la sua esperienza possa ridurre i tempi e rendere più semplice il percorso per altri pazienti nelle stesse condizioni. Ha inoltre ringraziato l’associazione e il medico che l’ha seguita, Paolo Malacarne, evidenziando l’importanza dell’accompagnamento clinico.

Reazioni pubbliche e confronto sul fine vita nel Paese

Dopo la notizia della morte, Filomena Gallo e Marco Cappato hanno manifestato riconoscenza per il coraggio della donna, indicando il caso come un possibile precedente di rilievo. In parallelo, si sono intensificate considerazioni più ampie sul tema del fine vita e sulle sue implicazioni sanitarie e sociali.

Il segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, Giuseppe Baturi, ha invitato al rispetto della scelta personale, ribadendo allo stesso tempo la necessità di rafforzare sostegno e accompagnamento per le persone malate e per le loro famiglie, nel quadro di una cura che non lasci soli.

Un caso che può orientare regole e prassi future

La vicenda di Libera rappresenta un passaggio rilevante nel fine vita in Italia, perché introduce per la prima volta l’uso di una tecnologia che permette l’autosomministrazione anche in condizioni di immobilità totale. Il caso apre prospettive nuove sia sul piano medico-tecnologico sia su quello giuridico, alimentando il dibattito pubblico e istituzionale su un tema ancora divisivo.

La sua storia, segnata da attese, ricorsi e innovazione, si colloca in un contesto in evoluzione, nel quale il confine tra diritti individuali, limiti normativi e progresso scientifico resta al centro del confronto, con possibili ricadute su procedure e tempi per situazioni analoghe.

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