Dall’itinerario Palermo–Lourdes al calo dei volontari: il film di Valerio Filardo chiude un rito ultracentenario
Sbarca in sala Chi sale sul treno, il documentario firmato da Valerio Filardo che ripercorre l’ultima corsa del leggendario “Treno Bianco”, il convoglio che per oltre cent’anni ha portato malati e pellegrini da Palermo a Lourdes.
Un lavoro denso e multilivello che supera la sola cronaca religiosa e trasforma la traversata in una meditazione su fragilità, cura, tempo e cambiamento sociale. La pellicola sancisce idealmente la chiusura di una tradizione lunga più di 120 anni e, soprattutto, mette sotto esame il presente e il futuro della comunità.
Il “Treno Bianco” come rito civile: oltre un secolo tra devozione e assistenza
Il Treno Bianco non è stato semplicemente un trasporto, ma un vero appuntamento collettivo. Per generazioni è rimasto un riferimento per migliaia di persone: pazienti, volontari e fedeli uniti da un’esperienza condivisa fatta di percorrenza, supporto e spiritualità.
Quasi 50 ore di viaggio che, nell’era dei voli low cost e dell’alta velocità, suonano oggi fuori tempo. Proprio questa lentezza, però, ne costituisce il senso: un tempo che si allarga e permette di rimettere al centro la relazione.
Il documentario si colloca in questo scenario, seguendo l’ultima edizione di una traversata che rischia di non ripetersi.
Regia senza filtri: la camera entra nelle carrozze e fa respirare il viaggio
Tra le scelte più riconoscibili c’è l’impostazione registica: Filardo rinuncia a una voce fuori campo e affida il racconto a suoni, sguardi e parole di chi è a bordo.
L’obiettivo attraversa corridoi, scompartimenti, cuccette e banchine, costruendo un’esperienza immersiva fatta di:
- rumori del treno in corsa
- silenzi vissuti insieme
- piccoli gesti quotidiani di assistenza
- incontri non programmati tra viaggiatori
Chi guarda non resta spettatore esterno: attraversa il tragitto dall’interno, quasi adottando il punto di vista del convoglio, raccontato come un “organismo” pieno di memoria.
Volti e storie: un affresco corale tra dolore, rispetto e dignità
Il centro emotivo del documentario è nelle vicende dei passeggeri, che compongono un racconto corale, diretto e credibile.
Spiccano alcune presenze emblematiche:
- Rosella Nisticò, volontaria instancabile, segno concreto di dono e costanza
- Francesco Santamaria, giovane con distrofia muscolare: il treno per lui è un raro spazio di libertà e socialità
- Francesca Caracci, medico che unisce competenza clinica e ascolto umano
- Domenico “Mimmo” Modafferi, ferroviere che custodisce il convoglio come fosse casa
Attraverso questi percorsi, il film non nasconde la sofferenza: la trasforma in occasione di contatto e condivisione.
Il nodo sociale: meno volontari, comunità più fragili
Uno dei passaggi più incisivi riguarda le trasformazioni in corso nella società.
Il film mette a fuoco una progressiva crisi del volontariato, con la partecipazione dei più giovani che si assottiglia. Il Treno Bianco, un tempo pieno e sostenuto da una rete ampia, oggi fatica a riempire i posti, e le associazioni devono fare squadra per reggere costi e organizzazione.
Questa fatica diventa il sintomo di un cambiamento più grande:
- smarrimento del senso di comunità
- meno impegno sociale “in presenza”
- distanza crescente dalla sofferenza concreta
- affermazione di un modello individualista e sempre più veloce
Il documentario non punta il dito: osserva e apre interrogativi su ciò che stiamo lasciando indietro.
Sofferenza e spiritualità: il viaggio come simbolo e trasformazione
Nella narrazione affiora anche una dimensione spirituale e riflessiva.
In chiave cristiana il dolore non è soltanto un male da evitare: può diventare via di cambiamento e riscatto. La traversata, lunga e impegnativa, assume così i contorni di un cammino di purificazione.
Il treno diventa:
- metafora dell’esistenza
- spazio sospeso rispetto al mondo contemporaneo
- luogo in cui la fragilità trova senso
- possibilità di incontro autentico
Per molti malati, Lourdes è il posto dove poter essere davvero sé stessi, senza etichette o esclusione, in un contesto di accoglienza reale.
Una società che corre: la lentezza del treno come atto di umanità
Tra i contrasti più potenti messi in scena c’è quello fra:
- la lentezza del convoglio
- la velocità della vita contemporanea
All’esterno scorrono stazioni rinnovate, display LED e spazi freddi. Dentro, invece, si abita un tempo differente, fatto di attesa, ascolto e presenza, dove la cura reciproca torna visibile.
Il documentario suggerisce che questa lentezza non sia un difetto, ma una risorsa rarissima capace di restituire senso alle relazioni e all’esperienza umana.
Produzione, circuito festivaliero e premi: il percorso di “Chi sale sul treno”
Realizzato da Invisibile Film con Cinefonie, Apnea Film e Webreak, il documentario ha ricevuto il supporto della Film Commission Torino Piemonte.
L’opera ha già raccolto riconoscimenti significativi, tra cui la menzione speciale al Festival de Cine Italiano de Madrid, per la capacità di raccontare un fatto sociale oltre la sola dimensione religiosa e farne una metafora universale dell’empatia.
Con una durata di circa 85 minuti, il titolo si colloca nel cinema del reale, distinguendosi per intensità narrativa e forza delle immagini.
Un commiato che avverte: finché qualcuno sale, la comunità resiste
Chi sale sul treno non registra soltanto l’ultimo viaggio: mette in scena la possibile fine di un modello di società basato su:
- solidarietà concreta
- presenza e prossimità
- cura condivisa
- capacità di attraversare insieme il dolore
Il senso conclusivo è netto: finché esisterà qualcuno disposto a “salire su quel treno”, reale o simbolico, l’idea stessa di comunità continuerà a vivere.






